30/01/2017

Sarebbe troppo facile sfruttare il titolo di un brano della tracklist per liquidare in tre parole un album di cui si è già parlato troppo. Forse sarebbe anche giusto, perché e frustrante ragionare su un prodotto che tutto sommato non mi dovrebbe proprio toccare. Mi è infatti perfettamente chiaro che non rientro nel target a cui parla questo lavoro, dato che l’ultima manifestazione studentesca l’ho fatta ai tempi in cui si finiva sempre per litigare con chi voleva utilizzare “Ohi Maria” degli Articolo 31 come colonna sonora delle proteste.

Ecco, partiamo da qui: da un ingenuo (infantile) concetto di ribellione e dagli Articolo 31. Sono passati vent’anni, ha ottenuto un rinnovato successo con la carriera solista, ha esplorato differenti possibilità stilistiche, ha rivelato di essersi tatuato la testa. Eppure basta far partire la title track, “Comunisti col Rolex”, per ritrovarsi immersi in un mare di stereotipi snocciolati su un pezzo che ricorda tanto i suoni del duo che fece la storia dell’hip-pop anni '90, con J-AX che in sostanza afferma di essere sempre il solito vecchio Funkytarro di una volta. Poi arriva il ritornello: “Che Guevara e Fidel Castro facevano collezione di motociclette inglese e di Rolex”. E ‘sti cazzi? Solitamente, appena finito il liceo, ci si rende conto che esistono solo sei gradi di separazione fra ideali e portafogli, ma ce ne si fa una ragione abbastanza in fretta e si va avanti a vivere serenamente, consci del fatto che non è un reato tenere il pugno sinistro in alto mentre con l’altra mano si fattura, e in fondo al mondo ci sono anche esempi di attivisti arricchiti a cui tutto sommato nessuno ha mai rotto più di tanto i coglioni. Ecco, sentirsi in bisogno di ribadirlo, non ci colloca automaticamente dalla loro parte. Il senso di disorientamento aumenta nel momento in cui entra Fedez con la strofa, perché si percepisce in maniera netta lo scarto generazionale, e non si capisce perché uno di ventisette anni, all’apice del successo, abbia sentito l’esigenza di riesumare una roba tanto anacronistica.

Il resto è un mix di sonorità di ogni tipo con testi adatti a un pubblico di giovanissimi(ssimi). Ma non c’è bisogno di proseguire con un track by track: sarebbe masochista da parte mia il voler rivivere il dolore provato durante l’ascolto di un album di cui francamente non sentivamo il bisogno. Di cui non abbiamo bisogno.

Perché in fondo abbiamo già abbastanza trap anche senza “Fratelli di paglia”, abbiamo avuto fin troppo ska punk e non ne sentivamo tanta nostalgia da riesumarlo con “Pieno di stronzi”. Abbiamo le orecchie piene di cloni di Major Lazer e vocal synth improvvisati, e l’idea che “Senza pagare” sia destinata ad ammorbare l’estate 2017 è veramente angosciante. E non ci servivano Stash, Giusy Ferreri, Alessandra Amoroso, Nek o addirittura Loredana Bertè per capire che ormai Fedez e J-AX sono due artisti pop che fanno musica pop. In “Comunisti col Rolex” c’è di tutto eppure non c’è niente, perché manca un'identità. C’è quello che il pubblico del duo vuole sentire, puro populismo sonoro che si appropria di suoni e argomenti sentiti e risentiti per riproporli in maniera scontata.

E qui veniamo al dunque: tutto parte dal titolo, che secondo quanto dichiarato dai due titolari fa “leva sull’ipotetica incoerenza di due artisti che pur guadagnando bene continuano a trattare tematiche sociali”. Ora, io vorrei capire quando abbiamo esattamente iniziato a considerare Fedez e J-AX due artisti che scrivono testi che trattano di tematiche sociali. Non riesco nemmeno lontanamente a catalogare come “impegnato” o addirittura “scomodo” un contenuto come “I leader fanno promesse le stesse, dall’America alla Lombardia. E i disgraziati scommesse e collette, come nei bar sotto casa mia”. Perché se lo facessi, allora dovrei considerare scomodi anche tutti quei post dal messaggio analogo e scritti in comic sans che mi intasano la bacheca di Facebook, ma che faccio sparire con un semplice clic su “Nascondi post”.

Quello che potevamo aspettarci da Fedez e J-AX era un album pop. Quello in cui potevamo sperare era un album pop fatto bene. Ma purtroppo non è fatto bene. 

Quel giochetto ormai visto e rivisto che punta a far sentire quasi in colpa i più critici, che alla fine son sempre e soltanto degli haters invidiosi, ormai non regge più. Ho ascoltato “Comunisti col Rolex” accompagnato – lo confesso – da una sana dose di pregiudizi, ma anche con una sincera voglia di vederli smentiti. Ma Fedez e J-AX non ci sono riusciti, ed è questo che più mi fa arrabbiare. Non ci si può nascondere più dietro dietro i presunti detrattori: abbiamo tutto il diritto di schifare la vostra musica, non perché siamo haters ma perché non ci piace. E nel caso dell’album in questione non ci piace al di là di qualsiasi pregiudizio, gusto personale o dato anagrafico. Non ci piace perché non dice niente di nuovo. E a conti fatti non avevamo nemmeno bisogno di qualcuno che facesse rumore con brani zeppi di luoghi comuni e semplicismo: per quello c’è già Bello Figo.

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La recensione J-ax e Fedez - Recensione - Comunisti col Rolex di Enrico Piazza è apparsa su Rockit.it il 17/08/2019

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