Enrico Mescoli Tradotti in niente 2005 - Rock, Psichedelia, Alternativo

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Sensazione piacevole, di volo in vortice. Lento, però, senza fretta o paura. A condurre è una voce che vibra e nel farlo ricorda qualcuno dei nostri, nel timbro chiaro alla Daniele Groff e, perché no, qualcuno di altrove, nel canto angelico e limpido alla Jeff Buckley (ad esempio in traccia tre, “Armonie crollate”). Una voce curata, studiata, la sua, costretta all’esercizio per la voglia di spingerla oltre, di farla giocare al meglio anche quando è effettata. A tratti liberata da eccessiva impostazione e dunque strumento intenso e capace di emozionare.

Enrico Mescoli mi piace anzitutto per impostazione mentale. E’ uno che se la canta e se la suona, letteralmente, da sé. Da queste sei tracce emerge un’idea di musica che cerca di continuo sbocchi e strade per svilupparsi. Mescoli la traduce in testi intimisti ma non concettuali. Solo che non gli basta. Quell’idea è sua e come tale va trattata. Allora ecco che arrangiamenti, chitarre acustiche ed elettriche, campionamenti e loop, basso, piano, tastiere, xilofono e cembalo seguono la sua mano. Per avere la certezza di aver davvero espresso quel moto interiore. Poi arrivano gli altri tre musicisti che coronano il tutto con batteria, violino e violoncello. E sono proprio questi, gli archi, a dare eleganza e corpo a tutta la struttura sonora, con la loro estensione melodica, il timbro caldo e trasparente (intro di “Deserto di rame”, ma anche in “Fragile”, il brano migliore insieme ad “Armonie crollate”), regalando in effetti una nota di originalità. Un po’ come in “Urban Hymns” dei Verve. Ma nella sua voglia di espressività, nel suo sperimentarsi in strumentazioni e tecniche, Mescoli arriva ad omaggiare a tratti anche i Radiohead di Kid A e certi Sigur Ross (ancora in “Armonie crollate”), fino agli Stone Temple Pilots di cui troviamo una cover di “Vasoline” tratta da Purple del 1994, che ne rispetta il riff alla Soundgarden. Meno convincente è la title track, “Tradotti in niente” che suona troppo pop consueto.

Mescoli dimostra però nelle altre tracce di saper andare oltre, d’avere dentro qualcosa che, seppur in linea col mainstream italiano, appare più elaborato, sofferto e dunque intenso. Perché ha visioni eleganti e, quando vuole, sa legarle ad atmosfere decadenti e bohemien, mai banali. Se seguirà la linea dei due brani che considero i migliori, immergendosi in un cantautorato limpido-noise, sarà davvero interessante seguirlo.

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La recensione Tradotti in niente di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2005-02-08 00:00:00

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