15/06/2017

Approcciarsi a un disco di cover strumentali significa liberarsi di molti pregiudizi e tentare di ascoltare in modo sincero, senza pensare ‘a cosa serve tutto ciò?’. In realtà la domanda me la sono fatta, perché non è facile capire il senso di un’operazione simile, a parte l’idea di giocare con la musica, di provare a trasformare pezzi che magari fanno parte del proprio background in qualcosa di ancor più personale. Ecco, probabilmente è così, visto che le interpretazioni degli Airportman sono estremamente leggere e portano all’essenziale le trame sonore dei brani originali.

Domina in ogni traccia il pianoforte, padrone assoluto della scena anche quando non te l’aspetteresti: “Der Kommissar” di Falco diventa praticamente irriconoscibile, una ballata morbidissima dove la tromba va a cesellare l’esatto passaggio dal sogno alla realtà, “Street Spirit (Fade Out)” dei Radiohead sembra possedere quel misto di inquietudine e rassegnazione delle colonne sonore dei film di Kieślowski, “Smalltown Boy” dei Bronski Beat perde la fretta di rincorrere una felicità impossibile diventando una lenta, inesorabile caduta.

Il brano più recente è quello di Elliott Smith datato 1998, per andare indietro fino al 1980 con “Enola Gay” degli OMD: un repertorio dunque ben sedimentato nel cuore della band, passata magari attraverso queste canzoni in varie fasi della vita, in esatti momenti di pura gioia, pazzia o semplice sopravvivenza, e per questo io comprendo il significato quasi metafisico della scelta, soprattutto per un gruppo che suona da moltissimi anni. Resta il fatto che, pur essendoci delle versioni davvero interessanti, rimane un album di cover, molto più importante per gli Airportman che per chi ascolta. Ma secondo me, se ho capito il senso, questo a loro, in fondo, interessa poco.

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