15/02/2005

“Verso la fine degli anni ’70, l’eroina arriva sulla riviera romagnola e falcidia un’intera generazione. Muore di overdose anche una mia carissima amica, una ragazza splendida e fragile la cui fine orribile mi introdusse di colpo nella vita adulta. All’epoca, come molti coetanei, studiavo all’università e suonavo in un gruppo. La tragedia mi spinse a scrivere una canzone, “Money for dope”, che era molto diversa da quelle che avevo composto fino a quel momento. Il pubblico, in genere rumoroso, qui ammutoliva. Era come se quella canzone, facendosi carico del mio dolore, riuscisse a parlare del dolore e dello smarrimento di molti. Trovai necessario scriverne altre. L’idea era quella di comporre un musical elegiaco che raccontasse alcuni momenti di quella vicenda umana tragicamente interrotta: gli affetti familiari, le esperienze di vita, l’amore. Buon ascolto.”
Riportare integralmente le note di accompagnamento a questo primo sorprendente disco di Daniele Luttazzi, il comico italiano che meno lascia indifferenti, era d’obbligo per capire di cosa si parla. Se cercate un cd pieno di canzoni scemette “da comico”, siete fuori strada. Qui c’è il racconto di una tragedia, di un vissuto drammatico che Luttazzi ha probabilmente cercato di esorcizzare per anni (basta dare un’occhiata alle date di composizione delle canzoni, significativamente riportate accanto ai titoli in retrocopertina), tentando di comporre il dolore informe e intrattabile di un’orribile disgrazia in una forma dominabile, esteticamente accettabile. È per questo che si erigono i monumenti funebri, no? Per dare bellezza, quindi accettabilità, alla morte. Ecco il senso di questo disco, che mi commuove profondamente. Perché la forma musicale che Luttazzi sceglie di dare a questa materia sfuggente e dolorosa è quella che per antonomasia è la più classicamente composta e dominabile degli ultimi cent’anni: il musical di Broadway. Chiaro che si tratta di un musical sui generis, non ortodosso neppure musicalmente, visto che i due poli tra cui pendola l’album sono l’impeccabile jazz anni 50 e la new wave anni 80 più funky e noir.

Questa polarità dà vita talora a dei contrasti drammatici: la prima assunzione di acido della protagonista, narrata in “Something fantastic”, è sottolineata dall’irruzione di un coro da musical con Gene Kelly che promette che “qualcosa di fantastico accadrà”. All’inverso, la presentazione della ragazza (“the girl was spectacularly lovely” – che verso stupendo!), nella opening track “Silence” si svolge in un’atmosfera cupa e incalzante, per quanto ballabile: un basso pneumatico e funky alla Carmine Rojas e un solo di chitarra alla Steve Ray Vaughan che richiamano immediatamente il modello di “Let’s dance” di David Bowie: ma uniteci sprazzi di Talking Heads (quelli di “Burning down the house”) e Material. Su tutto la voce da crooner noir di Luttazzi, palesemente sulla falsariga di Stan Ridgway. Un capolavoro. Una canzone che vale da solo tutto il disco.

Naturalmente non tutto l’album è sui livelli di “Silence”, altrimenti non vi parlerei di un ottimo disco, ma di un miracolo. Ci sono brani, belli ma di maniera, come “Vienna, Vienna” (ritmi caraibici alla Tito Puente citando Kafka e il Talmud), o “Easy to be fooled” (alla Burt Bacharach), “Easy to be fooled” (alla Donald Fagen) che trovano la loro imprescindibile necessità nel discorso in cui si inseriscono. Tra i vertici del disco segnalo però “Make your mother sigh”, Motown sound più il solito Bowie anni 80, in cui un coro da tragedia greca irrompe cantando il verso eponimo; “Letters of fire” che parte e sembra una normale gradevole canzone, finisce per spiazzarti col suo gioco a rimpiattino tra rock, jazz, musical, ritornelli epici ed esibisce un assolo di chitarra ma con un wah wah espressionista e drammaticamente in tema col testo, anche se in sé non è niente di nuovo; “Money for dope”, desolata ballata da pelle d’oca degna del Joe Jackson più notturno e dei Wall of voodoo più malinconici.

Un grande disco. Un atto d’amore durato quasi trent’anni, e finalmente compiuto. Per chi non ha paura di commuoversi.

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