04/04/2017

Dice una delle frasi più citate di Baricco: “se non sai cos'è, allora è jazz”. Aforisma altamente social, ma in realtà non del tutto condivisibile: si potrebbe per esempio aggiungere “... allora è psichedelia”, “... allora è kraut”, “... allora è post rock”, … allora è qualunque cosa abbiano tentato e tentino di fare band come i Julie's Haircut e album come “Invocation and ritual dance of my demon twin”.

Sempre più intrippati in una pervicace opera di smontaggio, contaminazione, dilatazione, della “canzone”. Che qui appare solo a sprazzi, nelle brevi parentesi melodiche che punteggiano un onirico stream of consciousness.
Aperto dagli undici minuti di “Zukunft”, che con il suo lento crescendo fra Can e Miles Davis, introduce al racconto di un “futuro” distopico e inquietante, che sfocia in un finale apocalittico e nell'oscura e distorta “The fire sermon”, dove fa la prima comparsa una voce dal piglio declamante alla Nick Cave/Blixa Bargeld. La risalita dagli inferi di “Orpheus Rising”, coi suoi echi di Pink Floyd, e i My Bloody Valentine flashati dal jazz in “Deluge” sono i pezzi più ascoltabili del lotto, per chi cerca del rock “canonico”. Mentre “Salting Traces”, “Cycles”, “Gathering Light”, “Koan”, come mantra psichedelici ci accompagnano verso la fine a passo di una danza rituale dove i demoni si muovono in un magma sonoro che “non sai cos'è, allora è...”.

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