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album Dust - Airportman

Airportman

Dust

Lizard Records 2017 - Strumentale, Indie, Acustico

RECENSIONE
18/07/2017

Dust bowl in inglese significa zona arida. Gli Stati Uniti degli anni Trenta lo erano eccome: tra il ‘31 e il ‘39, a causa di una serie di tempeste di sabbia, la zona delle Great Plains (le Grandi Pianure, quelle che di fatto segnano lo scarto tra l’est e l’ovest del Nord America) si trasformò in un immenso cumulo di polvere e miseria, al punto che l’intera area venne ridefinita, appunto, the Dust Bowl. Le cause furono molteplici: in parte la natura con il vento e la siccità, in parte l’uomo con disboscamenti brutali e agricolture intensive e prive di logica. Niente di nuovo, tanto che il ricordo che gli Airportman fanno di quel disastro più che alla storia di ieri parla alle preoccupazioni di oggi e ai timori di domani.

“Dust & Storm” si suddivide in otto momenti ed è esattamente ciò che ci si aspetta da un gruppo come gli Airportman: una colonna sonora potente, malinconica e visionaria. Il suono morbido di “Dust & Storm 2 (Nebraska)” sale di intensità a livello Mogwai (dalle parti di “Wizard Motor”, per l’esattezza). “Dust & Storm 5 (Oklahoma)” è folk rallentato e post rock da accademia, si sente qualcosa dei Balmorhea quella loro tristezza cosmica che non ha bisogno di parole per essere vissuta appieno. “Dust & Storm 7 (Texas)” potrebbe fornire ottimo materiale al Sufjan Stevens più minimale e struggente di “Carrie & Lowell”. Gli Airportman insomma nel loro racconto tralasciano la tempesta e si concentrano su ciò che resta: la polvere, l’inquietudine, il silenzio. E lo fanno nel loro modo di sempre: con classe e stile.

Tracklist

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