Novecento Dreams of peace 2004 - Jazz, Easy-listening

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A smooth-fusion jazz album”. Questa è, senza troppi problemi di etichetta, la definizione che ha dato Stanley Jordan dell’ultimo album dei Novecento, cui egli stesso ha preso parte così in profondità tanto che negli Usa “Dreams of peace” è stato recensito all’inverso, cioè considerandolo una produzione di Stanley Jordan featuring Novecento. Ma qui, se c’è un featuring, è proprio quello di Jordan: l’album è dei Novecento, che tradotto significa della famiglia Nicolosi. Rossana, Pino, Lino. E Dora, moglie di Lino. Ancora tradotto in musica: basso, tastiere e chitarra. E Dora alla voce.

Raccontare la lunga – e gloriosa – storia dei Novecento è quasi uno sforzo sovrumano. E allora meglio cercare di decodificarne i segreti scavando in “Dreams of peace”. Che è appunto l’ultimo lavoro dell’ormai clan-Nicolosi (casa di produzione e molto altro, oltre che semplice “gruppo”) uscito con l’etichetta del guru americano della chitarra Steve Vai. Partendo dal presupposto che i Novecento – o i Nicolosi, fate voi – sono ormai un vero fenomeno, in quanto a collaborazioni, risultati discografici e livello qualitativo delle produzioni. Nove pezzi con dentro la crema del jazz mondiale. E si potrebbe davvero chiuderla qui, ma da qui invece inizia il bello. Dallo stesso Stanley Jordan – il maestro del “tapping” – a Dave Liebman, passando per Gregg Brown e Danny Gottlieb. Ma i Novecento hanno suonato – appena nel disco precedente, “Featuring” – con mostri ancor più sacri. Due per tutti: il batterista “del jazz” Billy Cobham e uno dei grandi del basso, Jeff Berlin. Insomma, un delirio per le orecchie.

“Tell me something” apre l’album: ariosa, permette di conoscere subito la delicata voce di Dora Nicolosi. L’atmosfera guarda a Loreena McKennith: una new-age molto easy-listening. “Flying on the sky” riporta i conti al jazz: spazzole, e via a salire e scendere per le “scale” di sax tenore, chitarra ritmica e tastiere. “Too close to the sun” torna ad essere lievemente più funky, più “Red baron” (Billy Cobham). E la fase centrale del disco si posa dunque su un genere lieve ed elegante, molto chic, che taglia trasversalmente fra l’altro Jordan, Ronny, spruzzate di Gorge Benson e pure evasioni virtuosistiche senza mai staccare l’occhio da una certa “musicalità” orecchiabile. In “Spring” Jordan fa capire a chi non lo sapesse in cosa consiste la tecnica del tapping – ed il pezzo che ne viene fuori è un puro effluvio di dita e tastiera. Con la title-track “Dreams of peace” prosegue il dialogo – stavolta delicato, soffice e non sfrenato come in precedenza, sebbene sempre serrato - di chitarre su una ritmica anch’essa essenziale. “Easy love” torna a far tenere il tempo col piede e a recuperare i riferimenti citati in precedenza, sebbene con un lieve passaggio ad una forma pop appena più approfondita, anche grazie agli archi del Trio solista & friends, piuttosto compatti. Chiude l’album “I can show you something”, il più fusion dei nove in tracklist sebbene sia cantato, con un’affascinante linea di basso. Un gruppo che si ha difficoltà anche a giudicare, per la quantità e lo spessore indiscutibili di chi si piazza affianco in studio di registrazione. “Dreams of peace” è un’ottima via di mezzo, che può mettere d’accordo l’appassionato di jazz così come il profano, il purista e l’amante della fusion, proprio perché nella miscela finale – tutto sommato priva di asperità, ma eccellente – si sente e si “vive” una perfezione negli arrangiamenti, uno sforzo proprio nel trovare quel che ogni “guest star” può dare, una piacevole tendenza a non sconfinare nel tecnicismo – cioè ad evitare inutili virtuosismi.

Sono perfetti, i Novecento ed i loro illustri amici, oltre che internazionali. E dimostrano con i loro dischi che un “altro” jazz italiano è possibile: un jazz che rispetta i grandi ma compete con loro e con il blasone statunitense.

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La recensione Dreams of peace di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2005-03-02 00:00:00

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