06/03/2017

Dalle “Costellazioni” alla “Terra”, brulla o sassosa, spigolosa o sabbiosa. Come Ulisse, che dalla roccia dell’isola di Ogigia torna alla zattera per guardare il cielo dal basso. Il quarto disco delle Luci della centrale elettrica è un grand tour che da Ferrara arriva al Nevada e ritorna nell’Est Europa, in India fino al Veneto. È un panorama post-industriale ma oceanico, in cui la città è vista da fuori e si riconosce nel blu metallizzato nel cielo o nel cemento armato.
“Terra” è figlio dei viaggi, come la barba che ora campeggia sulle gote di Vasco Brondi. Di quei viaggi il cantautore ferrarese riporta la polvere, i suoni e le atmosfere, dalla musica balcanica al folk di Dylan o De Gregori, dai cori africani ai CSI, dalle percussioni indiane ai canti dei muezzin. In mezzo c’è la voce iconica di un autore che sa mescolare la canzone con le sue fenomenologie malinconiche, seppur con una vena sperimentale da Gruppo ’63 forse più strutturata rispetto al passato. Il disagio generazionale presta il fianco ad analisi sfaccettate ma piane, risolte in suoni essenziali (sempre cara fu la sapienza di Federico Dragogna alla produzione) e in un ulteriore avvicinamento di canto e struttura melodica. Le sinestesie si fortificano, offrendo a volte foto densissime (“contare i secondi tra i lampi e i tuoni per cercare di capire quanto sono lontani i bombardamenti e i temporali”). I verbi infinitesimali di “Canzoni da spiaggia deturpata”, lo sguardo futuribile di “Per ora noi la chiameremo felicità” e le articolazioni di “Costellazioni” raggiungono un'altra stagione: “all’improvviso è arrivato il futuro”, “dove sono possibili cose impossibili”, dove si esprime la bidimensionalità umana in tutto il suo fragile splendore.

“Cadeva la sera su una bella e malandata Europa multiculturale” è il verso centrale di tutto il disco, perché evidenzia l’enorme forza narrativa dei testi e ne racchiude i temi cardine. Al ritmo portuale di “Qui” risponde la tabla indiana di “Coprifuoco”, che punteggia plettrate isolate mentre i cori desertici fanno da sfondo a un testo dolente sul presente reale, quello degli attentati o dei giovani che emigrano, sconfitti e contenti, perché c’è la crisi ma anche perché i confini ormai sono sempre più ampi, o forse immaginari.
Un altro lato del presente è la “la società dell’opinione”, la frammentazione dell’immagine, che si fa ideale o piaga sociale, e scappa da un reale che invece c’è, “sporchissimo”.
I cori etnici e i tamburi costruiscono il fondale per le chitarre rocambolesche di “Iperconnessi”. “Cantami o diva l’ira della rete”: Brondi sfrutta uno stilema locutorio della poesia per parlare della sua morte nello schermo; la rete è un rumore di fondo, un vuoto scintillante, una voragine piena di persone che passano inosservate. È “moltitudine o solitudine”.

Se in “Coprifuoco” l’amore prende dimensioni immense oppure minuscole, perché fatto personale o epocale, “Chakra” ne parla nella maniera più diretta di quanto Le luci abbiano mai fatto: niente più pozzanghere da bere, niente più punk sentimentale, ma intimismo a fior di pelle e flussi aperti. Le accumulazioni sintattiche (“ci sono le prove dei risvegli la tua vita/una ninna nanna inventata/c’è il teatro di Grotowski lo yoga la meditazione”) si mescolano a un andamento emotivo-melodico per diventare declamazione grave e frammentata in “Moscerini”, elenco delle possibilità di vita e morte delle generazioni che vivono “con le guerre in sottofondo”. Nella chiusa, densissima, c’è la differenza tra realtà e possibilità: “la finestra del palazzo di fronte è a tre metri, ma tu vedi orizzonti infiniti”.

Il mantra insolito di “Stelle Marine”, “ho sentito la tua voce in una conchiglia”, avrà fatto storcere il naso ai vascobrondiani puristi, ma se si accettano come credibili tutti gli artisti prefabbricati di questi tempi confusi, si può perdonare a Brondi un verso così sentimentalmente pop, peraltro funzionale ad aprire il roboante ribaltamento tra esperienza e fattualità: “l’acqua si impara dalla sete, la terra dagli oceani attraversati, la pace dai racconti di battaglia”.

Il progressivo passaggio da disagio ad accettazione, cominciato con “Coprifuoco” e “Nel profondo Veneto” continua in “Waltz degli scafisti”. Gli stati in luogo avviano le strofe di un brano che parte come fado per esplodere in un ritornello apertissimo. Nello sviluppo del disco si semina ciò che “Viaggi disorganizzati” raccoglie: la necessità di accettare senza cercare di capire, di non dimenticare “che è una corsa a ostacoli”, l’urgenza di diventare maturi; ché nelle canzoni ci si riesce prima e nella vita forse mai. Ecco perché le canzoni a volte sono migliori di noi.

Commenti (1)

  • Giulio Pons 4 mesi fa @pons

    Bravo Vasco! Gli scafisti, iperconnessi e nel profondo veneto sono quelle che mi piacciono di più per ora. Nel profondo veneto meriterebbe la colonna sonora di un film disney.

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