13/07/2017

Bel disco di debutto, questo del gruppo campano dei Mojis (Francesco Romano – chitarra | Ivan Esposito – batteria | Marco Spiezia – chitarra, voce | Stefano Romano – basso, percussioni), splendidamente suonato sia nei brani più “rumorosi” che in quelli meno movimentati, generalmente compatto, intrigante, energico e, in definitiva, davvero piacevole da ascoltare. Il songwriting della band è da veri professionisti: i pezzi, tutti validissimi, coinvolgono e si riascoltano volentieri ad alto volume, e non solo perché i Mojis dispongono di un’accentuata propensione alla melodia.

"Migrations", nove brani per circa quaranta minuti di musica. L’album appare fin dal primo ascolto come la risultante di influenze musicali del tutto eterogenee spesso mescolate tra loro. Splendida, per esempio, la traccia iniziale, "Broken Chord", che sembra riecheggiare l’Eric Clapton più soft e folkeggiante e il secondo brano, "Dog’s Teeth", monolitico, con un riff à la Police e con tanto di ritornello melodico, voce in falsetto e controcanto.
Caratteristica principale dell’album la base prevalentemente rock (che di volta in volta viene declinata con suoni che vanno dall’HM alla new wave – si ascoltino "New found Land", "Lady Death") con qualche digressione nel folk dai toni più riflessivi ("I’m with you"). Particolarmente significativa, peraltro, "Different shoes", forse il miglior pezzo dell’album, una ballata elettrica talmente maestosa, appassionata e appassionante da scatenare un turbinio di sentimenti facendo persino accapponare la pelle per l’emozione all'estasiato ascoltatore. Ma non è finita: il reggae di "Small is beautiful" conferisce una fragranza esotica e note di colore diverso all’album.
"Migrations" è disco sorprendente, a dimostrazione del fatto che il sottobosco indie può spesso nascondere gruppi di sicuro talento come i Mojis. 

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