20/04/2017

Forse c'era da aspettarselo: avendo rappato su ogni tipo di beat, Dargen D'Amico doveva prima o poi abbandonarsi agli strumenti suonati e al loro principe indiscusso, il pianoforte. Che cosa avrebbe potuto farci, con quegli 88 tasti bianchi e neri, è un'ipotesi ora inveratasi in questo nuovo “Variazioni”, dove va in scena il caleidoscopico musical di Isabella Turso e Jacopo D'Amico, in arte Dargen. Come nella migliore tradizione di Tin Pan Alley, infatti, il cantautorapper milanese si affida al pianismo eclettico della Turso (inusuale per una musicista proveniente dal conservatorio) e alla squadra di ottimi musicisti capitanati da Tommaso Colliva per mettere insieme nuovi e vecchi numeri in una carrellata che ha il potenziale per concedergli nuovi Amici, facendogli al contempo ritrovare quelli vecchi di cui si erano perse le tracce.

Rispetto all'apertura di “D'iO”, “Variazioni” rovescia la prospettiva partendo dal basso, dal pianetino sull'orlo del collasso che ancora abitiamo, per guardare verso l'alto dove la terza persona di “Ama noi” attende che le vengano restituite le vite che ci sono state date in prestito. Il tema che anticipa le variazioni è insomma al 100% dargeniano: quella reincarnazione che è data certa dall'autore e che è sicuramente vera per alcuni titoli della discografia di Dargen, che cambiano aspetto in questo disco per rivelare una diversa natura.
Si diceva appunto dei vecchi numeri, le Variazioni che costituiscono la metà esatta di questo album: provenienti da “Musica senza musicisti” (vero fulmine a ciel sereno e uno dei migliori dischi mai scritti da un italiano), “Di vizi di forma virtù”, “D' parte prima” e “D' parte seconda”, queste sette glorie vengono rivissute da Dargen con il famoso senno di poi e bene si amalgamano ai sei (+1) nuovi brani scritti per l'occasione. Persino a chi le conoscesse a memoria, infatti, le rime di “Prima fila Mississipi” (ora ribattezzata “La mia testa prima di me”) potrebbero apparire come semi-sconosciute, come accade alle volte nelle relazioni personali vecchie di anni che improvvisamente si squarciano, lasciando intravedere un raggio oltre il buio del già noto. Inevitabile però il paragone con le prime incarnazioni di questi brani: viene infatti da pensare che il livello del punto di partenza aiuti il punto di arrivo, come accade in “Ma è un sogno”, splendida variazione di quel gioiello che era (è) “Arrivi stai scomodo te ne vai”, o “L'aggettivo adatto” (in precedenza “Tra la noia e il valzer”).

Le canzoni appena venute al mondo condividono la propria anima con quelle più anziane, e non sorprende dunque ritrovare in esse vecchie ossessioni dargeniane, musicali e non: il travolgente De André jazzfunk di “Cambiare me” con finale citazionista (“Shimmy Shimmy Ya” di Ol' Dirty Bastard), il metatesto de “Il ritornello” che ricollega il nostro all'amata tradizione cabarettistica milanese (da Enzo Jannacci agli EelST), lo sguardo politico disincantato de “Le squadre” che già avevamo trovato in “Crassi”, la nudità e i giochi di parole (che di solito le mettono a nudo) in “Dello stesso colore”, la mancanza di denaro e il mestiere di scrivere rime de “Il ritorno delle stelle”, dove Dargen stringe la mano che unisce la sua generazione e quella dei nuovi talenti (Tedua, Rkomi, Izi) che con la propria musica lui stesso ha contribuito a creare. Il cerchio si chiude sia umanamente che musicalmente, e come in ogni spettacolo che si rispetti al pubblico viene concesso il bis di “Ama noi (Bariocochelbel Re-Work)”.

Avendo scritto cose sublimi («Limitarsi a vicenda è la vicenda dell'uomo con Dio») e cose discutibili («La luna ci abbandona e il sole ci incorona, il mattino ti dona mostra quanto sei buona»), Dargen D'Amico è un vero diamante e non si può separare dalla terra alla quale – come ognuno di noi – è stato sottratto il primo giorno. Se lui e Isabella Turso fossero la stessa persona, avremmo finalmente trovato il nostro Chilly Gonzales.

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