LePuc Io Secondo Woody 2017 - Cantautoriale

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De Gregori ha fatto scuola. Riusciremo a marinarla? "Io secondo Woody" di LePuc

De Gregori ha fatto scuola. Riusciremo a marinarla? De Gregori è stato canonizzato, ed è normale che venga imitato, ma ricordiamoci una cosa: De Gregori se rinascesse adesso non canterebbe e non scriverebbe come il De Gregori degli anni '70. De Gregori è De Gregori perché negli anni '70 e per gran parte degli anni '80 ha ampliato il vocabolario della canzone d'autore, ha rappresentato un nuovo modo di scrivere canzoni. Lucio Dalla, prima di mettersi in proprio lasciando la collaborazione con Roversi, prendeva appunti ascoltando De Gregori, e lo stesso De André quando nel '74 chiese al ventitreenne De Gregori di collaborare con lui, si sentì schiacciato dalla scrittura e dal cantato eversivo del cantautore romano, a tal punto da trovarsi a imitarlo. Dai grandi autori di canzoni bisogna riprenderne non il vocabolario linguistico e armonico-melodico, ma la loro spinta eversiva. "La buona novella", "Il mio canto libero", "Andare camminare lavorare", "Via Paolo Fabbri 43", "Bufalo Bill", "Mio fratello è figlio unico", "Com'è profondo il mare", "Polli d'allevamento", "La voce del padrone", "Affinità e divergenze fra il compagno Togliatti e noi", "Hai paura del buio?", "Mr Simpatia", "Marinai, profeti e balene", "Canzoni da spiaggia deturpata", "L'Amore non è bello", "Die", "Mainstream" e tanti altri sono, ognuno a loro modo, dischi eversivi, perciò inimitabili.

Dopo aver ascoltato più e più volte tutto il disco d'esordio ("Io secondo Woody", 2017) di Giacomo Palombino (classe 1991), in arte LePuc, non potevo che partire dalla premessa sulle "scuole" e sui grandi maestri, perché l'intero disco si muove su territori davvero troppo riconoscibili sia stilisticamente e linguisticamente (De Gregori e Rino Gaetano su tutti, ma anche Gaber, Baccini, Brunori) che nell'arrangiamento (e qui a mio avviso l'errore della produzione artistica è enorme). Facendo un giro nella rete alla ricerca di altre recensioni per capire come fosse stato accolto, ho letto unicamente recensioni positive. Ma siamo chiari: a cosa servono le recensioni esclusivamente positive? A nulla. Proprio perché è un disco d'esordio e proprio perché all'interno del disco si intuisce la bravura di LePuc è giusto, dopo le innumerevoli parole positive, esprimere alcune perplessità, perché la maturità artistica passa dai fallimenti, non solo dai successi.

Veniamo così alle canzoni. Il disco si apre con "Guarda che so fare" che purtroppo non spicca, e proprio perché si muove in un vocabolario già sentito: luna, America, signora, busta, spiaggia, faccia da indossare, vento, giocare le carte, souvenir, partita di pallone. Colpisce per profondità la frase «E mi manca il coraggio di dire a tutti quanti che a volte ho paura di sperare» che, però, non riesce a emergere calata in un arrangiamento così accomodante. Non a caso la parte migliore è quando, nel finale, LePuc canta accompagnato solo dalla chitarra. Anche in "La goccia di pioggia" l'arrangiamento affonda il brano che in alcuni bei versi del ritornello mostra tutto un potenziale non compreso appieno dalla produzione artistica: «Non so se hai presente quell'unica goccia di pioggia che dopo la pioggia ti scivola sotto il cappotto».
"Il bastone" è, secondo me, una delle migliori canzoni dell'album. L'idea da cui nasce è davvero molto poetica: «Il testo» scrive LePuc «è l’itinerario di un comune bastone da passeggio, passato di mano in mano tra le strade d’Europa. Un punto d’appoggio e d’incrocio di storie invisibili eppure vissute». "Il cappello del pirata" è la "Guardia '82" di LePuc, la sua "Oceano", la sua "Le storie di ieri". LePuc ci parla della magia dell'infanzia in cui la realtà non aderisce a ciò che si vede, ma a qualcosa ancora di modificabile, di malleabile: «Quel ramo può diventare spada visto nel senso giusto, volare può essere possibile con un po' di esercizio e una rincorsa lunga».

"Cartoline" sono parole spedite a tutta una umanità che fa un lavoro che non ha scelto, alle madri che non si risparmiano per il bene dei figli, a chi subisce una violenza domestica, ai lavavetri dei semafori: "canto per chi nessuno ha cantato mai". Assolutamente troppo retorica, troppo pretenziosa. "I baci d'estate" è una spensierata canzone su ritmi afro-cubani e parla di occasioni mancate. "Il mio amico Fausto" si apre con un telefono che squilla, al telefono è Fausto, suo compagno di scuola, ed è con questo escamotage che si parla di scuola. "Mario" (quanti Mario ci sono nella canzone italiana? E io nella realtà di tutti i giorni non ne conosco nemmeno uno) è la storia di un uomo che fa il benzinaio, che ha quarant'anni e crede in Dio, e vive in una società che non lo ha mai accettato, anzi lo ha derubato. Uno swing pieno di luoghi comuni che l'ironia poco efficace del testo non riesce in alcun modo ad alleggerire. 
LePuc dovrebbe ripartire dalla sua chitarra e dalla sua voce, dai suoi sentimenti e dalla sua vita e dimenticando l'arrangiamento che gli è stato cucito addosso. L'ultima canzone, "Ricordami di me", è la canzone migliore dell'intero disco. Qui non c'è LePuc, non c'è una maschera, ma c'è Giacomo Palombino, c'è la sua vita ed è questa che vogliamo sentire. Se Palombino avrà il coraggio di ripartire da zero, di dimenticare l'arrangiamento di queste canzoni e di ricominciare da qui, allora potrà trovarsi tra le mani canzoni nuove, canzoni sue, canzoni sicuramente migliori.

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La recensione Io Secondo Woody di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2017-09-19 00:00:00

COMMENTI (1)

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  • marcobelluzzo 5 anni Rispondi

    Giacomo, ti scrive un piccolo ( ma proprio piccolo, piccolo...così! ) musicista di paese che interpreta in giro per teatri, festival ecc. le cose che compone. Intanto complimenti punto Posso permettermi di scrivere che Francesco ti ha suggerito nel suo commento iniziale una verità sacrosanta. Senti Giacomo ho 52 anni e sono cresciuto con De Gregori; era inevitabile per un cantautore che sia stato bravissimo o modestissimo ( il mio caso ), era imprescindibile, era giustamente il nostro punto di riferimento, il maestro. Ci sono voluti circa 18 anni per sdegregorizzarmi e forse non ne sono ancora uscito ( o ci ricorso ! ). Il vinile di Rimmel l'ho comprato io con la paghetta nel 1979 ( il disco è del '75 )! Io ero De Gregori, cantavo De Gregori e scrivevo come lui ( cioè cercavo di imitarlo... malissimo ) ma proprio per questo le mie CASSETTINE erano catalogate alla DE GREGORI e mi sentivo dire " C'è già lui ragazzo( il principe nazionale ) ma non preoccuparti siete quasi tutti catalogati così!
    In ultima analisi, ammiro il tuo lavoro ma ancora oggi girando ed ascoltando nuove proposte, i giovani cantautori, rimango stupito nel sentire forti queste influenze. De gregori ma tutta la vecchia scuola cantautorale in genere è stata è arte-musica fantastica ( non letteratura !!!! mi raccomando ) ma cerchiamo l'originalità! Io non ci sono riuscito ma il Virus allora era eccessivamente virulento, ma adesso ci sono i vaccini ( lascia stare che ci propongono porcheria ), ci propongono cose diverse magari di basso contenuto. Francesco ha scritto suggerimenti in modo impeccabile ... l'avessero scritti a me!!! Con affetto ti auguro belle cose e viva la musica!! Marco

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