19/05/2017

Nelle mani di Gionata Mirai c’è sempre una ricerca sonora notevole. Lo è con Il Teatro Degli Orrori, quei riff distorti che sono suoni e fulmini a profusione. E notevole lo è anche quando Mirai sceglie la solitudine di una chitarra acustica e nulla più: “Nelle mani” è un folk strumentale pensato e messo in pratica con sole sei corde. Roba da facili malinconie? Macché: nei brani del disco c’è più strada che camerette, più tecnica che sospiri.

“Aleppo” è ossessiva, mediorientale, arrabbiata: racconta la fine del mondo di quella parte di mondo senza pronunciare una parola perché tanto non c’è più niente da dire, d’altronde il messaggio arriva forte e chiaro grazie a un finger picking che più diventa frenetico e più trasuda indignazione. Provate ad ascoltarlo a volume “Carrarmatorock” e poi ne riparliamo. “Metallo” invece sin dall’inizio dà l’impressione di volersi mettere in mezzo ai cattivi pensieri per strapazzarli con violenza e con classe, come un Devendra Banhart vecchio stile (altezza “Rejoicing in the Hands”) ma con più vigore e meno sottintesi naif.

Poi c’è “Pan di zucchero”, che sale e scende come petali dispersi nell’aria e che sembra conoscere perfettamente tutti i modi giusti per emozionare davvero: basta chiudere un po’ gli occhi e immaginarci sopra la voce di Nick Drake per sognare lune rose e cieli del nord. Un piccolo capolavoro.

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