08/05/2017

Chitarre elettriche, basso, batteria. E una musica energica, ribelle, arrabbiata. Sono questi gli ingredienti essenziali di "Superego", terzo album dei genovesi White MosQuito, in uscita il prossimo 19 maggio sugli store digitali.
Un disco che, per buona parte dell'ascolto, regala una travolgente botta di adrenalina, e la netta impressione che molti dei pezzi darebbero in realtà il meglio di sé in versione live, potendo trasmettere tutta questa energia a un pubblico sotto il palco.

Fra distorsioni, assoli e pezzi scanditi da ritmi a tratti rabbiosi, i testi, tutti in italiano, raccontano parole di rivoluzione ("l'unica possibile, dentro di noi"), follia, frustrazione, liberazione ("non puoi respirare e sai solo odiare, dentro quel male ci sai stare bene").
Un lavoro, in questo senso, che richiama nitidamente il filone musicale del rock alternativo italiano, facendo pensare soprattutto ai Litfiba (a tratti anche la voce sembra riprendere timbro e stile del Piero Pelù degli esordi) o, più recentemente, al Teatro degli Orrori (ad esempio in "Per non morire").

"Superego" è insomma un album ben costruito, musicalmente curato, ma che avrebbe corso il rischio di essere perfino tutto troppo rock, privo cioè di quel guizzo, di quello scarto imprevedibile nella scrittura e nell'arrangiamento, capace di costringerti a riascoltare più volte una canzone e poi salvarla nella playlist.
E questo passo in più, invece, riesce a farlo proprio l'ultima traccia, "Da qui", che è anche la più riuscita. Un pezzo che sa di Led Zeppelin, che va ascoltato ad occhi chiusi per farsi trasportare al di là e al di sopra dell'arrabbiatura dei nove brani precedenti, e che riesce a realizzare esattamente ciò che canta: "a volte il cuore si ferma, istanti descritti da suoni e colori, e l'anima scivola densa".

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