29/11/2017

Tra i numerosi neologismi creati dal Dictionary of Obscure Sorrow, uno dei più affascinanti è senza dubbio sonder, ovvero il rendersi conto che ogni passante che incontri conduce un’esistenza vivida e complessa tanto quanto la tua. È un concetto bello eppure sfuggente: la modernità è un pipistrello che succhia il tempo dalle nostre giornate e ci lascia in preda a nevrosi e paranoie. Il risultato è che siamo sempre più soli. Il racconto di questa condizione di alienazione inconsapevole è alla base del nuovo lavoro dei 7C, “Compartment C”, titolo che richiama quello di un’opera di Edward Hopper, maestro della solitudine, anche se forse i 7C sono più simili a Jackson Pollock.

L’album è come uno scarabocchio di suoni confusi eppure molto ben definiti: metal, jazz, hardcore, sperimentazione e avanguardia vengono mescolati e risputati fuori con un’audacia non così comune. In “Approaching a City” il giro morbido del contrabbasso viaggia sornione, in contrasto netto rispetto al fracasso quasi grind della chitarra e alla batteria, che sceglie la via della velocità e dell’improvvisazione. “Yonkers” tiene i ritmi alti mentre le chitarre insistono su un riff acido e irregolare. “Depression” è rumorismo sottile, un po’ electro e un po’ metal: una roba che è facilissimo sbagliare, ma che i 7C azzeccano dall’inizio alla fine. In questo disco insomma ogni strumento sembra non dialogare con l’altro, in una rappresentazione sonora di quell’incomunicabilità che caratterizza la quotidianità. Un concept album, dunque, che racconta bene il nostro tempo. Un tempo non troppo bello, a quanto pare.

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