30/11/2017

Noi attraversiamo il tempo e il tempo a sua volta ci attraversa. Difficilmente ci lascia intatti. Nanni Moretti in “Caro diario” diceva: “Voi gridavate cose orrende e violentissime, e voi siete imbruttiti. Io gridavo cose giuste, e ora sono uno splendido quarantenne”. Così come le nostre azioni, come dice Nanni, ci portano ad essere quello che siamo, così anche la complessità della nostra esistenza si riverbera inevitabilmente in quello che facciamo.
La storia di Kaufman, ad esempio, non è delle più lineari. Dal 2009, anno del loro primo lavoro, sino ad oggi, la band ha sofferto il disagio di ripetuti cambi di formazione. Le difficoltà, gli abbandoni e la storia ribelle non è riuscita a fermare chi, nel progetto Kaufman, ha sempre creduto.

Ascoltare la prima traccia intitolata “La febbre” di questo nuovo “Belmondo” ci fa pensare subito alle vicissitudini infauste della band: “Gli altri se ne sono andati / Cambieremo noi le cose”. E queste sanno inevitabilmente di parole vissute, di giudizi legati a una esperienza concreta, niente finzioni o specchietti per le allodole. Lorenzo Lombardi, se non per altro – e di altri motivi per rendergli merito ve ne sarebbero eccome – sarebbe da premiare per la tenacia. La fermezza di chi un progetto l’ha visto nascere e crescere nel tempo, anno dopo anno.
La tenacia, quando è continua, produce sincerità. Aggiungete un po’ di talento e otterrete qualcosa di autentico. I Kaufman sono autentici. Non mentono. Devo essere sincero, non sono mai impazzito per le loro cose, anche se devo dire che in “Le tempeste che abbiamo” Lombardi, anche grazie alla produzione di Alessandro Raina, la stessa fra l’altro di “Belmondo”, aveva dato il meglio di sé, riuscendo a concepire un lavoro in cui si potesse azzardare termini come maturità, equilibrio e consapevolezza.

E il talento traspare, anche se non in tutte le track di questo disco. Dopo “La febbre” è la volta di “Macchine volanti”, dotata di un testo e un arrangiamento perfettamente concentrici. Anche se si denota una tendenza ad avvicinarsi – e proprio non riesco a pensarlo come un gesto inconsapevole – a cose altrui come “Amore, lavoro e altri miti da sfatare”. Percepisco sonorità alla Cosmo come in “Come si sta” o ancor di più in “L’età difficile” che avvicinerei a una “Niente di speciale” de Lo Stato Sociale.
Una componente di originalità ritorna in “Senza fiato”, anche se l’ombra di un Tommaso Paradiso di qualche anno fa – o ancora meglio di un Leo Pari – si erge minacciosa. “Alpha Centauri” è in assoluto il brano migliore di tutto il disco, quello in cui tutte le potenzialità di Lombardi divampano, ricordando vagamente le cose migliori di Umberto Maria Giardini. Molto poco necessaria “Il nostro proposito” che strizza l’occhio a Gazzè, così come “Adesso” che, per quanto sia altamente caratterizzata, non convince del tutto.
“Robert Smith” è un’altra chicca che fa recuperare un sacco di punti a un disco che, negli alti e bassi fisiologici di un lavoro di undici tracce, riesce a non vacillare troppo e in cui affreschi esistenziali e postadolescenziali come “Ragazzi di vita” e “Animali metasociali”, che chiudono un album affatto ingenuo o sprovveduto, convivono con perle del calibro di “Alpha Centauri”. “Belmondo” non può farci che ben sperare, nella graduale affermazione della qualità di una band che c’è ed è indubbia.
Come dice Carver il talento è “il dono di vedere quello che tutti hanno visto, ma vederlo in modo più chiaro, da ogni lato”. E nei Kaufman io di talento ne vedo.

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