14/11/2017

“Declaration N°6” dei Train To Roots, sesto album in studio per una delle realtà reggae più attive del nostro Paese, è un viaggio verso le radici del genere in nome di un intento preciso: criticare duramente le correnti razziste e nazionaliste e, in particolar modo, prendere posizione in merito alla questione dei migranti. Non è un caso se le canzoni più valide del disco sono anche quelle più profondamente critiche.

Dove gli ottoni malinconici di “Better Run” mettono in scena con intensità la condizione di chi è costretto a fuggire dalla propria terra, in “Nessuno mai”, con Bunna degli Africa Unite, lo stesso tema passa attraverso un synth acido e un outro intensissima, in cui sfocia tutta la tensione del brano. A chiudere la terzina iniziale in bellezza poi ci pensa l’invettiva politica di “RoadBlock”, su cui un featuring con Lion D avrebbe senz’altro brillato: è densa, ma ben calibrata, alternando alle strofe aggressive una reprise più rilassata.

Da questo punto in poi i Train To Roots lasciano che esca allo scoperto anche un’anima più spensierata, senza dover necessariamente rinunciare alla loro vena polemica, che infatti puntualmente ritorna. La parentesi dancehall di “Move It” ne è un esempio calzante, così come il roots reggae di “Bubbling” onora la tradizione e sa come farsi cantare dall’inizio alla fine.

Fatta eccezione per “Disco sauna” - la chiusura naïf di cui non c’era assolutamente bisogno – e “Non sei sola”, che unisce una scrittura sottotono a una base che vuole essere moderna, ma che finisce per stonare nel contesto del disco, “Declaration N° 6” è senza dubbio un lavoro valido, capace di aggiunge una tessera interessante al già ricco mosaico del reggae italiano. In chiusura, una menzione d’onore va a Eugenio Finardi: la sua è una voce che sembra venir fuori dal profondo della terra per scuotere del tutto la natura di “Parole e musica”, non lasciandosi addomesticare dagli stacchi così definiti del ritmo in levare, ma danzandoci intorno con eleganza.

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