11/01/2018

Se il rosso è il colore della passione, della violenza e dell’evidenza, insomma di ciò che salta all’occhio ed è travolgente, non vederlo può significare non voler guardare o essere stati assuefatti ad un modo di pensare secondo cui certe cose non si devono vedere.
Il titolo del nuovo disco di Monica P, “Rosso che non vedi”, è legato fortemente a questa idea, perché in fondo è un disco di denuncia verso una società che accieca e spegne deliberatamente la luce, che costringe ad uniformarsi a certi modi di pensare, che nasconde la realtà per convenienza. In quest’ottica vanno letti quasi tutti i brani, a partire da “Devo essere così”, seconda traccia che su una ritmica martellante e ripetuta, si apre affermando che “tutto è filtrato dai miei occhi incompetenti e il risultato è che non riesco più a vedere niente” e prosegue sulla stessa scia, in quella tendenza a non porsi domande e uniformarsi a vedere solo quello che conviene; il titolo di “Tutto il resto rende più denaro”, brano che strizza l’occhio a beat hip hop, è già abbastanza evidente, ché “non conviene mostrare il vero, tutto il resto rende più denaro”; “Spazio vuoto” è ambientata nel futuro distopico di una società omologata e destinata a coscienze sporche e vuoti esistenziali, ma si chiude con un’apertura di speranza: “credo ancora alla mia inventiva, l’amore, le persone, le cose buone”, ché forse una salvezza potrebbe ancora esserci, rifugiandosi nei sentimenti più veri. Allo stesso modo, “Calma apparente”, brano che ricorda una graffiante Paola Turci sia nel titolo che nelle sonorità, è la necessità di risvegliarsi, di cominciare a rifiutare i compromessi e riprendere in mano la propria vita, sconfiggendo il senso di vuoto che ci avvolge.
C’è posto ancora per il passaggio inesorabile del tempo e la necessità di sfruttarlo al massimo in “Prendimi” o “Labbra rosse”.

Insomma, “Rosso che non vedi” è un disco di denuncia, ma anche di speranza, perché qualcosa da salvare ancora c’è e non bisogna disperderlo. Musicalmente tocca e sfiora generi diversi, dal pop elettronico di “Corpi fragili” alle tendenze hip hop di “Tutto il resto rende più denaro”, passando per quelle jazz di “Prendimi”, fino al soul di “Stasera mi piace” e le sonorità più rock, distorte e rumorose di “Rivoluzione”, forse il brano migliore dal punto di vista del sound. Il risultato è un album carico di un sacco di cose, forse anche troppe, che resta comunque piacevole.

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