12/02/2018

“L’esotico Alieno Bianco” è un titolo che, nella sua quasi ossimorica natura, ben si presta a illustrare lo slancio contaminatorio del ritorno sulle scene di In.Visible. Quello del musicista/dj piemontese è infatti un assortimento di nove composizioni che vorrebbe miscelare elettronica e suggestioni etniche, alienazione metropolitana e tentazioni esotiche, provando a lavorare di fino sui contrasti, non solo sonori ma anche immaginifici.

Il punto è che lo schema di gioco sembra ogni tanto incepparsi laddove le velleità sperimentali cedono il passo a soluzioni melodiche già ampiamente collaudate in passato da ben più blasonati artisti (talvolta rasentando il citazionismo), laddove la carnalità di alcune partiture acustiche viene surclassata dall’esuberanza sintetica di alcuni arrangiamenti e laddove i buoni propositi di colta trasversalità rimangono parzialmente disattesi (oltremodo parsimoniose le aperture alla world music a vantaggio di un’elettronica darkeggiante, vero collante atmosferico dell’intero lavoro: su tutte la darkwave distopica à la Diary Of Dreams di “Blood”).
Se pertanto la soffusa psichedelia orientaleggiante di “Indian Flower” e le visioni magrebine in salsa (tardo) bowiana di “The Prophet” rappresentano episodi ben congegnati , così come la conclusiva “Water”, scritta insieme a Lele Battista e più vicina a frequenze IDM, brani come “Black Sour Survivor”, “Sensation” e “Diamond” ostentano stantia piacioneria, peraltro assecondata da linee vocali oltremodo enfatizzate che guardano con devozione ai grandi padri del post-punk anglosassone (Ian Curtis, Peter Murphy e relativi compagni di banco).

Un po’ di confusione in meno e una bella dose in più di azzardo e personalità avrebbero quasi sicuramente giovato al lavoro. Dunque, una promozione con riserva.

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