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RECENSIONE
05/04/2005 di Jack Nessuno

Sto solo in casa, sul tavolo ho la faccia poco rassicurante di Anthony Braxton, motivo che mi ha spinto a ritardare sempre più la lettura dell’ultimo numero di Wire. Ma si sa, più prendiamo tempo, più una cosa ci chiama, fino a quando non sentiamo il dovere di regalarle tempo.I Crawler, questa band che si nutre di metal e piadine si merita una recensione in effetti, ma ho atteso prima di iniziare a recensire il loro demo. Non che l’opera in questione sia così lunga e densa da meritare una lenta digestione, ci si sente piuttosto indecisi data l’alternanza di caratteristiche eccellenti ad altre un po’ “così”.

Innanzitutto, come fa notare anche il mio caro fratello minore, i Crawler hanno una bassista. In effetti non è stupido puntare anche sull’immagine, specialmente in un genere in cui il basso di solito tiene le toniche.

Apro il libretto, leggo i testi ( in un inglese un po’scorreggiuto, ma chiudiamo un’occhio ): nota dolente, parlano del solito misto di rabbia, incazzature, disillusione, lavoro di merda, cranio spaccato del capo ufficio, di fuck di qua e fuck di là.

La rassegna stampa invece sorprende piacevolmente, pare che i nostri abbiano autoprodotto tutto il materiale contenuto in questo demo. E’ questa forse la qualità più meritevole: i pezzi sono registrati molto bene, basterebbe portare i mixdown in studio di mastering per avere una qualità sonora pari allo standard odierno. Come dice il titolo, “From the chord to the production”.

Le tracce, a parte una brevissima intro ed una outro “sui generis”, si assestano su di uno stile abbastanza collaudato: quel metal grezzo figlio dei Rage against the machine e dei Pantera, senza digressioni o contaminazioni. Musica diretta ai polpacci ed alle chiappe. Jumping metal, appunto.

Tirando le somme, un ottimo demo autoprodotto molto bene, col solo difetto di non differenziarsi molto dalla miriade di demo che affollano il circuito metallozzo italiano, non fosse per la outro. In effetti quest ultima traccia sorprende ancor più dell’ottima produzione generale: non c’entra niente con il genere proposto dal quartetto, sembrano anzi le prime cose dei Boards of Canada, quelle che giravano su cassette limitatissime per la Music 70. Il che, per quanto mi riguarda, solleva di molto le sorti di un gruppo che altrimenti sarebbe solo un altro pixel di un monitor 21 pollici. La strada sembra quella giusta, aggiungere un po’ di sperimentazione sui timbri tanto cari a Stockhausen e sulle atmosfere predilette da Ligeti ad un genere povero di grosse novità.

Come direbbe Iacchetti: Nascerà un nuovo sottogenere musicale ? Mah, forse, vedremo 2, la vendetta.

Tracklist

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