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album Dunk - Dunk
Dunk
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09/01/2018

Trovarsi nel mezzo di una session, di un lungo, fluido scorrere di parole e suoni che si mescolano con immediatezza e furore: senza pensare troppo ai pesi e alle distanze, soltanto il qui e l’ora, tra chitarre gonfie di istinto e una batteria che segna il percorso coi denti, e oceani montanti di progressioni psichedeliche, rock puro e infiammato spirito cantautorale. L’album di debutto dei Dunk, supergruppo formato dai fratelli Giuradei, Carmelo Pipitone (Marta sui tubi, O.r.k.) e Luca Ferrari (Verdena), è la fusione perfetta di prospettive diverse, che si incontrano nell’esatto momento della performance per dare vita a un progetto in cui lo stile plasma la materia e i punti di vista si sommano in una pluralità di umori che diventano un unico roboante scenario. Dalle morbidezze acustiche di infiniti panorami invernali di “Intro”, piccola perla di dolcezze dimenticate assuefatta all’addio, si è trascinati subito nel vortice tribal-progressive di “Avevo voglia”: un vero e proprio “sogno di dinamite” che esplode e conquista con aperture sonore dirette e dense di energia primitiva. La luce abbagliante e il piglio carico si sciolgono poi in “Mila”, ballad sinuosa di tormenti dove tutto rallenta per disegnare carillon di brezze malinconiche, in un crescendo che spezza ogni certezza e si lascia portare via da una sezione ritmica che si increspa e avvolge come onde altissime.

“È altro”, primo singolo estratto dall’album, sembra accompagnare il finale di un film dove il protagonista non vince ma in fondo è meglio così: anche qui un’energia primordiale si sfoga e rumoreggia su tappeti esplosivi di sound, una cosa che va dritta al cuore, senza troppi giri né ripensamenti. Perché questo disco ha la grande dote di puntare dritto davanti a sé e sparare, sparare forte e colpire in pieno, con una forza pura e corposa che non guarda al risultato ma va avanti perché è così che deve essere: tra le distorsioni di “Spino” e le ballate pizzicate e sottili, di leggerezza rapita e battiti piccolissimi, che stringono ogni frase prima di rilasciare inevitabile potenza sonora, dall’inquietudine guerriera di “Stradina” che si muove nella penombra come un cantautore perso in una foresta psych rock, al vigore chitarristico di “Noi non siamo”, eclettica bomba di suono che lancia strali di emotività viscerale e scarna, netta nei suoi contorni di montagna sonora da scalare col suo mantra “noi non siamo siamo quello che ci manca”.
Un mantra percussivo e sussurrato chiude il disco con “Intermezzo”, per lasciare spazio al momento in cui il respiro torna regolare, dopo essere stato inghiottito dal vortice vitalizzante e primigenio di 11 tracce che sono schiaffi poderosi di musica intensa.

La pienezza del sound, il mood energico e la maniera immediata e diretta in cui si pone fanno dell’esordio dei Dunk un lavoro compatto e sostanzioso, ricco di stimoli sonori capaci di colpire al volo e lasciarti steso, col fluire di parole esatte e perfettamente incastonate al resto, per un disco che riesce a fotografare con perizia il momento esatto in cui quattro musicisti si incontrano per creare qualcosa che sia la fusione perfetta dei loro flussi di energia. Una bomba visionaria dove la sperimentazione sonora diventa il trampolino per lanciarsi nel suono e lasciare che le cose accadano, qui e ora, e semplicemente abbandonarsi al ritmo squassante e passionale dei Dunk.

Commenti (1)

  • MKGaruda 11/01/2018 ore 21:39 @MKGaruda

    Ma che figata di album ragazzi!

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