11/09/2018

Manipolatore di suoni, sperimentatore ogni qual volta se ne crei necessità, ricercatore di nuovi, comunque appaganti (purché alterati) stati di coscienza. Ma Oliviero Lopes è soprattutto un musicista colto e curioso, che si innamora di tutto, o quasi. Manipolare, sperimentare, ricercare: il verbo gira attorno a imperativi onerosi, scomodi, attorno ai quali Lopes è comunque riuscito a costruire il proprio credo.

In “Società anonima di navigazione”, il cantautore siciliano se la cava da solo o quasi: prende in carico le sei corde, il pianoforte, il basso, le tastiere, delegando le pelli della batteria a Ennio Corica. Per poi mettere insieme canzoni intense e a loro modo sofisticate, ammantate da groove elettronici, chitarre nervose, richiami al progressive, alla psichedelia, al rock, all’avanguardia. L’album profuma del Lucio Battisti più audace, gioca con i Radiohead in quota “OK computer”, nasconde qualche scampolo del primissimo Franco Battiato (che si intrufola in “Salina”, chiusa con un omaggio alla beatlesiana “Strawberry fields forever”), evoca la paranoia dei Velvet Underground, addirittura sembra voler riesumare Marc Bolan (il suono della chitarra di “Oh Mindy!” è piuttosto esplicito al riguardo).

Oliviero Lopes ci mette del suo creando impalcature dense, poderose, stratificate, quasi imponenti. Forse esagera nell’avvolgere la voce tra effetti a volte invadenti,  e se qualche accenno di cupezza non manca, la pesantezza riesce tuttavia a rimanere alla larga dai dieci episodi presenti nell’album (“Pillola blu”, per dire, sprizza allegria da ogni singolo poro). Merito anche di testi del tutto coerenti alle atmosfere sinora descritte: “Qui, in questo corpo, non voglio restare un attimo in più”, recita “Via di casa”. Quasi a rivendicare una fiera estraneità nei confronti di un mondo sin troppo cattivo, meritevole di una metaforica fuga.

 

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