12/01/2018

Se con “L’ultima festaCosmo si era già abbondantemente scrollato di dosso le derive di Battisti e Panella, il tanto ambito disordine, che Marco Jacopo Bianchi cova fin dall’album d’esordio, ha raggiunto la sua forma più compiuta e felicemente (im)matura con il nuovo, doppio “Cosmotronic”: un disco da dover rigorosamente ballare, sudare, pompare nelle casse, remixare, ancor prima di capire e giudicare.

Non c’è tempo per domandarsi se nelle mani del producer di Ivrea sia stato il Club To Club a fagocitare il pop italiano o viceversa; la parola d’ordine resta comunque muoversi, con stile, con ignoranza, con una giacca che spacca, senza vestiti: vale tutto. Ciò che invece appare evidente fin dal primo singolo estratto, è la dimestichezza acquisita da Cosmo rispetto a questa formula ibrida che fonde la canzone che ammicca alle radio (“Sei la mia città”, “L’Amore”, “Quando ho incontrato te”) al suo dionisiaco sottosopra, dove è la dance spinta, più che la parola, a farla da padrone.

Di fatto, “Cosmotronic” sa bene come rivolgersi a un pubblico estremamente variegato, che ha punti di riferimento spesso anche molto diversi. Ad ascoltare il binomio di “Turbo/Attraverso lo specchio” verrebbe quasi voglia di isolare le basse ed ascoltarle a volume esagerato, ma anche mettere Jovanotti sui Swedish House Mafia, mentre dall’altra stanza Jamie xx campiona quel capolavoro di Shye Ben Tzur, Jonny Greenwood e The Rajastan Express che è “Junun”. Poi se con “Tristan Zarra” – il pezzo più di pancia e forse proprio per questo il più riuscito del primo disco – vi verrà anche da contaminare Daphni con una leggera spolverata di Gigi D’Agostino non sentitevi in colpa e lasciatevi andare a un liberatorio e italianissimo “polizia polizia/ pizzeria pizzeria”.

È l’alter ego del Cosmo sballato e fuori di testa, tuttavia, a regalarci il momento più alto di “Cosmotronic”: l’inaspettato secondo disco strumentale, più freddo e razionale della prima parte, ma altrettanto ballabile. Qui i bassi pompati e i ritornelli-tormentoni lasciano il posto ora a una techno minimale e irresistibile (“Ivrea-Bangok”, “La notte farà il resto”) ora a dei trip acidi e spigolosi (“Attraverso lo specchio”, “Barbara”, “Antimeridiane”) che faranno un figurone nei club di mezza Europa, da cui tra l’altro l’artista ha deciso di far partire il nuovo tour.
La verità è che, comunque, senza la parte più animale di “Cosmotronic” anche quella più ragionata ne soffrirebbe terribilmente. Alla scrittura così autobiografica e senza filtri di Cosmo ci si affeziona alla svelta, così come alla sua volontà di mettersi totalmente a nudo nei dischi (e nella vita reale, vedere i promo del tour precedente) e invitare tutti a prenderci sul serio una volta di meno. Il terzo lavoro firmato Cosmo, in questo senso, è quello che assomiglia di più al suo autore: non sa di spocchia, disprezzo o nichilismo, ma è puro movimento, una giostra folle che lascia a terra limiti, pregiudizi e inibizioni. Basta chiacchiere, allora: venite a farvi un giro, uscite fuori di testa, ridete. Il resto? Sono sempre e comunque tutte cazzate.

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