19/03/2018

“Chi vi credete che noi siamo / per le ferite che portiamo”. Ogni disco ha un verso che lo riassume e “Il fuoco in una stanza” è contenuto tutto in queste undici parole dal testo di “La stagione”. Undici parole che raccontano una storia di dolore e di riscatto, di testa alta e di resistenza a quello che ti si para davanti. Riassunto del disco, ma anche dell’intera carriera degli Zen Circus, che arrivano al decimo album continuando a cantare le storie di sempre, ma provando a suonarle in modo diverso.

Arrivato a soli 18 mesi da “La terza guerra mondiale”, “Il fuoco in una stanza” è un disco coraggioso, che cerca di cambiare alla base le sonorità della band. Se il precedente lavoro era potente e perfettamente a fuoco, ma di fatto in scia a quanto fin lì ascoltato dagli Zen Circus, “Il fuoco in una stanza” cerca di sfondare muri in ogni direzione: c’è il rock inglese dei primi duemila (“Panico”), l’urlo liceale perfetto per i live (“Rosso e nero”, che pare la prosecuzione ideale dei “Qualunquisti”), l’introspezione spavalda di “Questa non è una canzone” (che aspetta solo la voce di Giorgio Canali per strappare qualche brivido in più), fino alla festa di paese ubriaca de “Il mondo come lo vorrei” e al semi-delirio di “Sono umano”, che sa unire il declamato a una botta di chitarra a tanto così dall’opera rock.

Tanto, tantissimo. È come se la forza centrifuga che portava Appino a sperimentare il più possibile nei suoi dischi solisti, per poi tornare in territori conosciuti con la band, fosse stata assorbita e trasformata in uno slancio, più che in una fuga. Uno slancio bilanciato a dovere, forse grazie anche al passaggio alla formazione a quattro con Francesco Pellegrini, e che impressiona per il modo in cui tutto fila naturale.

Come sempre, una buona parte del lavoro la fanno i testi: su 13 canzoni, in 11 si fa riferimento a un legame famigliare, soprattutto genitori-figli. Acquista così ancora più senso aprire l’album con un pezzo chiamato “Catene” e soprattutto diventa davvero perfetta la bellissima foto di Ilaria Magliocchetti Lombi che si trova in copertina. Le ferite portate come medaglie, le catene come condizione ineludibile e in mezzo il canto di una adolescenza infinita (“a dieci spacchi la prima chitarra / a venti senti odore di guerra / a trenta arriva la prima ambulanza / l'adolescenza intorno ai quaranta”, da “Panico”), in cui gli Zen Circus sembrano avere raccolto il testimone dai Tre Allegri Ragazzi Morti.

Il pezzo più sorprendente è quello che ancora non è stato citato, ovvero la canzone che dà il titolo all’album. “Il fuoco in una stanza” è il brano più pop della storia degli Zen Circus: con un arrangiamento cambiato (di poco) potrebbe abitare in un disco di Cesare Cremonini e questo è il più grande complimento che si possa fare agli Zen, non solo perché Cremonini è probabilmente il miglior autore pop in circolazione, ma perché riuscire a ricordare lui e Giorgio Canali nello stesso disco è davvero dono di pochi.

Tutto questo in un momento in cui il rock pare essersi eclissato dal radar della musica contemporanea e le chitarre sembrano rischiare l’estinzione più di qualche mammifero australiano dal naso strano. “Il fuoco in una stanza” però è un disco vivo e forte: quella del rock sarà forse diventata una battaglia di retroguardia, ma gli Zen Circus non hanno nessuna intenzione di abbandonare le loro posizioni, nonostante le ferite che portano addosso.

Tracklist

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Commenti (2)

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  • Matteo Rubbini 20/03/2018 ore 15:49 @matterubbini

    Sono d'accordo con tutta la recensione, l'unica cosa che si poteva aggiungere, in apertura, era dire che la frase che "riassume il Fuoco in una stanza", ovvero “Chi vi credete che noi siamo / per le ferite che portiamo” è una semi cit di un bellissimo brano dei Nomadi chiamato "Come potete giudicar", giusto per far ascoltare questo brano a chi magari non lo conosce.

    Detto questo, grande disco.

  • Filippo 23/03/2018 ore 22:18 @furio

    ..che a sua volta era la trasposizione italiana di "the Revolution kind"

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