26/03/2018

“Il vero amore ci distruggerà” (“L’amore è negativo”)

L’amore e la violenza, ma anche l’amore e la sua urgenza, la necessità di essere comunicato, vissuto, consumato. Un sentimento che salva, nutre, appassisce, disintegra, eppure motore e suono primigenio, lotta costante e miraggio. Come celebrarlo e al tempo stesso racchiuderne le armonie e gli spigoli se non con un disco che lo racconta, un filo di perle di love song che rincorrono relazioni, smorzano le attese, soffiando rimpianti e brezze nostalgiche su fuochi più o meno spenti. Le parole dei Baustelle si arrampicano su cuori pulsanti o prossimi a spezzarsi, per risolvere in strofe pulite e seducenti refrain un’attitudine malinconica che si traduce in musica pop. Così la profondità di un’intima visione, tutto il difficile e il crudele, vengono fuori esplodendo in ritmi accattivanti, in scelte sonore immediate e fresche di una contemporaneità assoluta, pur prendendo a piene mani nel passato. E così questi dodici pezzi facili nascono da inquadrature complesse, dal sofisticato slancio narrativo che si immerge con la solita naturalezza nell’intarsio di millimetriche trame musicali.

Se nel volume 1 c’era “Love” a spalancare gli orizzonti dell’album col suo umore strumentale dal morbido sapore vintage, qui si apre con “Violenza”, un pezzo che non si limita a fare da introduzione ma s’appropria del palcoscenico oscillando tra rimandi a colonne sonore horror d’antan, noir dove la polizia non può sparare e saliscendi prog che portano a perdersi in fotogrammi in bianco e nero dove si impone il rosso a tratti. Altro momento strumentale “La musica elettronica”, e anche qui il riferimento al volume 1 è evidente, sia perché pendant con “La musica sinfonica”, sia per la presenza ricorrente della stessa frase in entrambi i dischi: qui ci si ferma a occhi chiusi nella pioggia, cercando di trovare un po’ di domani, una risposta, sia pure soltanto l’attimo di un sì.
“Veronica, n. 2” è l'espressione più pop dell’intero album, trascinante e ballabile nella sua struttura sorridente mentre recita “Credi che il vuoto sia bellissimo, neghi che tutto sia vano e tutto inutile”, e quel “Baby baby come on” che sembra scorrere mentre la pista si svuota e restiamo noi due. Il bisogno di essere due, la consapevolezza di non sentirsi liberi di essere soli (“Il fatto che mi manchi da star male è la mia unica nuovissima specialità”), costruisce in "L'amore è negativo" un altare contro sdolcinati luoghi comuni ma non resiste dal dire “Mi manchi davvero lo sai?”, perché in fondo l’amore non è altro che passare il tempo in cui non c’è a calcolare il peso di un’assenza. Non ci sono arcobaleni se non nei passaggi di synth, nelle chitarre speranzose, nei giochi vocali che si invaghiscono di spensieratezza cantando il tragico ripetersi del nascere e scoppiare, del vivere e morire, dell’esatto istante in cui una promessa si rompe: il preciso rumore di ginocchia che cadono a terra mentre un disco continua a girare, come tutto il resto d’altronde. Non c’è forever come non c’è never, ma solo il tempo che passa e noi che corriamo per trattenere il più a lungo possibile ciò che resta di buono.

In “Caraibi” si canta “Per quanto riguarda me, non ho capito niente dell’amore che finisce” mentre il brano scivola quasi fosse una limpida ballad estiva, cresce e sorride per diventare sempre più pop, come un dialogo tra amanti che consuma la notte, l’illusione e la conseguente malinconica epifania di un addio o la resistenza mentre tutto cade. “Tazebao” travolge di energia dirompente e potenza sixties, mentre la tristezza filtra tra i modi felici di “Jesse James e Billy Kid”, gli arpeggi solari che affogano nell’elettronica in “Perdere Giovanna”, la chiusura con “Il minotauro di Borges” che affida a un pianoforte il racconto di un amore impossibile, in un evolversi psichedelico di suoni sintetici e chitarre sul finale. È inevitabile chiedersi se in fondo ogni legame non si risolva in un estenuante sforzo di immaginare possibile ciò che non lo è.

“L’amore e la violenza vol. 2” si inserisce nella scia del volume 1 proseguendo sulla strada di quell’oscenamente pop che si dimostra l’habitat ideale per i Baustelle, capaci anche stavolta di creare panorami di lineare complessità, di raffinata immediatezza, di canzoni d’amore che prendono la caducità e la sconfitta per farne materia impalpabile e leggera, ballabile e sognante: come tenersi forte con lo sguardo all’insù mentre tutto crolla, come gli angoli della bocca che virano improvvisamente verso l’alto anche se piove, se vai via, se qualcosa muore, perché sappiamo già che l’amore ci distruggerà, ma in certi momenti, e con certi dischi, si può provare a trattenere quel che resta e quel che siamo, e rifugiarsi persino nell’indelebile bellezza di un addio.

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