03/04/2018

Dopo un viaggio musicale mistico e tortuoso, che dalle regioni settentrionali dell’Argentina mi ha portato in Africa passando per il Rio delle Amazzoni e il Brasile, ho scoperto all’improvviso il cuore di “Curaro” in un passaggio dell’Enciclopedia del Novecento (Treccani) dedicato all’etnologia.

“L'etnologia ottocentesca e in parte quella del primo Novecento […] presentano infatti le seguenti caratteristiche: a) una pronunciata dimensione di ‛viaggio' in quasi tutte le regioni etnologiche del globo, compiuto quasi esclusivamente […] attraverso la documentazione libraria; b) un affastellamento di dati o notizie curiose, meravigliose, talvolta assurde (una somma di costumi strani e bizzarri); c) un'elaborazione di teorie spesso cervellotiche e avventate”.

A volersi addentrare nel nuovo album di Go Dugong senza prendere in considerazione i miti, le credenze, i luoghi, le letture e le tradizioni che hanno influenzato ritmi e sonorità di “Curaro”, si perderebbe uno degli aspetti più affascinati dell’ultimo lavoro del producer milanese. L’idea alla base dell’album sembra essere decisamente etnologica, data la sua forte volontà di approfondire popolazioni e culture diverse attraverso leggende sulla natura, l’universo e l’origine dell’umanità. Dev’essere per questo che Giulio Fonseca ha impiegato circa tre anni a trovare la quadra di “Curaro”, pubblicando nel frattempo altri due album di livello e dando vita al progetto di Balera Favela. Perché la sfida a monte di un disco del genere sta tutta nel trovare l’equilibrio giusto tra la spinta razionale, a capo del progetto, e il suo aspetto puramente irrazionale, considerando che il suo intento principale resta comunque il voler farci perdere la testa in un club. Perché in fondo ci si mette davvero un attimo a rimanere ipnotizzati dal basso e dal flauto celestiale di “Moran” o inciampare nel sinuoso synth di “Damballa Weddo”, ma che meraviglia scoprire che dietro la forza e la spiritualità del primo pezzo si nasconde la leggenda Masai di Enkai, guerriero e creatore del mondo asceso al cielo con il suo bestiame, laddove nelle immagini forti del secondo si annida uno spirito-boa, simbolo della conoscenza nella religione vudù.

È però con la successiva “Vidita”, già protagonista del cinque-tracce pubblicato poco prima del nuovo album, che si tocca uno dei punti più alti di “Curaro”. Se la latinità di “Novanta” esplodeva nella fisicità di “Ghetto Mala”, qui Go Dugong cerca un approccio più ricercato, ma altrettanto ammaliante. Le percussioni corteggiano ossessivamente la copla cantata da Miriam García e ancora prima di voler sapere che si tratta di un forma poetica tradizionale dell’Argentina settentrionale, cantata dai contadini durante il Carnevale, l’istinto immediato è quello di lasciarsi catturare da questa poesia così ben cadenzata, come in una sorta di gioiosa celebrazione rituale.

Ci pensano l’esplosione sintetica di “Mandragora” e quella psych di “Nommo” a risvegliarci dallo stato di trance, in tempo per farci godere un’altra chicca assoluta del disco: il dub sensuale di “Mextli” riporta l’ascoltatore direttamente là dove Go Dugong sa dare il meglio di sé, il Sudamerica, ancora meglio se in coppia con un talento locale, vedi la brasiliana Soraia Drummond. Se la svolta dub dell’album prosegue con l’allucinata doppietta di “Herzog” e “Allen”, in compagnia dei Technoir, il colpo di grazia arriva quasi in chiusura grazie a un’intesa perfetta con Populous. Lascio a voi la gioia di scoprire il mito del “Boto Vermelho”, delfino diffuso nelle acque dolci dell’America Meridionale, mentre sogno l’estate ascoltando questo pezzo. A questi due – come il protagonista di “Cin Cin” dei Baustelle – basta solo concentrarsi un momento per inventare il Brasile, non so se mi spiego.

---
La recensione Go Dugong - Recensione - Curaro di Gabriele Naddeo è apparsa su Rockit.it il 21/07/2019

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati