04/06/2018

“Ho lasciato che le mie canzoni facessero il temporale, e ora voglio che le mie canzoni mi portino via dal male”. Al netto di un’interpretazione la cui fondatezza è incerta e tutta da verificare, la sensazione è quella di trovarsi di fronte al sunto di una vita artistica inquieta e, in un certo qual modo, nomade. Passata attraverso lo scroscio dei temporali, di intensità variabile, scatenati con i tuoni emessi in combutta con gli Elle e attraverso il moniker Goodmorningboy, per poi svilupparsi in un “libera nos a malo”, in una sorta di riscatto, in una redenzione. Che a partire da “Valetudo”, uscito nel 2012, si è fatta evidente, indiscutibile, eclatante. Un cammino che Iacampo ha intrapreso facendosi scudo di melodie semplici se non minimali, in compenso piene di poesia e sentimento. Come un “pittore elementare” rilassato, dagli occhi gentili, sorpreso dalle bellezze del mondo, dai loro colori.

Con “Fructus”, il cantautore veneto conferma la propria vocazione alla leggerezza e chiude la trilogia all’interno della quale ogni singolo titolo di ogni singolo album avrebbe finito per comporre una frase tra il latino e il portoghese. Vale a dire: “Valetudo, flores et fructus”. L’ultimo capitolo si incarica di spostare il bersaglio senza però intaccare la sostanza: buona parte delle undici canzoni infilate nell’album contengono una discreta dose di campionamenti (comprese le urla della piccola Vittoria Stella Iacampo, professione figlia di) con lo scopo di rendere il suono più nervoso, senza per questo snaturarlo o renderlo complesso. Le mani ce le ha messe Gui Amabis, artista brasiliano, esperto di colonne sonore cinematografiche ed esponente della cosiddetta “Vanguardia Paulista”: sue le manipolazioni, suoi gli inserimenti dal sapore a volte disturbante, sua la produzione artistica, sia pur condivisa con lo stesso Marco Iacampo e con il fido Leziero Rescigno. Campionamenti disposti a convivere con la chitarra classica e la voce rassicurante di Iacampo, con il violoncello, la fisarmonica, le percussioni e tutto il resto. “Fructus” rimane aggrappato a una forma canzone rassicurante e melodica, come nella migliore tradizione di chi lo ha scritto e interpretato, che si sviluppa ricorrendo a pezzi orecchiabili come “Il frutto del deserto”, allegri com’è allegra “Così buono”, spogliate e ridotte all’essenzialità, è il caso di “Anni luce”, solari e folky quanto “Un giorno splendido”, dal piglio calypso del quale è arricchita la movimentata “I demoni”. Il collante lo distribuisce una scrittura raffinata e sobria, ben attenta ai particolari, delicata ma al tempo stesso incalzante, tanto da confermare Iacampo come uno dei protagonisti più autorevoli della scena cantautorale tricolore, in attesa che anche la massa si accorga di un talento così possente.

Con “Fructus” la trilogia se ne va via, difficile capire se da qui in poi i temporali torneranno a oscurare l’orizzonte o si aprirà una ulteriore, nuova pagina. Da uno come Iacampo possiamo aspettarci di tutto, tranne la sazietà.

 

Tracklist

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