02/07/2018

Il giro di chitarra dell’iniziale “I Want You All” è uno standard del blues, una sequenza circolare e apparentemente senza sbocchi, se non fosse che è una scusa per lasciare campo libero al magnifico timbro di Francesca Amati, che regge praticamente da sola il brano riempiendone i vuoti attraverso una voce che è una promessa di notti stellate e confessioni immediate.
I Comaneci dunque tornano così, con un disco (“Rob a Bank”) che pare arrivare da un’altra Italia musicale, meno affezionata a una certa narrazione dei riti della quotidianità e più legata a un tipo di racconto universale e personalissimo al tempo stesso. Ma non è questo che rende i Comaneci un gruppo importante, semmai è la forza di una scrittura che con poco si prende tutto: ascolti, pensieri, batticuori e pelle d’oca. “Proud to Be” è a due millimetri dalla Cat Power blues dell’album “The Greatest” e i Comaneci ne escono benissimo da un paragone difficile e piuttosto rognoso. “Lovers” è un bozzetto di meno di due minuti, un folk notturno di qualche nota e di molte emozioni, perfetto così. “The Lake” è una sorta di dream pop ovattato, misterioso e bellissimo, mentre “Cocoon” - con la sua batteria ossessiva e la sua sensualità accennata ma concreta - piacerebbe moltissimo a chi, dalle parti di Twin Peaks o in qualche dimensione parallela non troppo distante da lì, organizza quei meravigliosi concerti malinconici al Bang Bang Bar.

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