23/04/2018

Tra l’800 e i primi decenni del secolo scorso i borghesi credevano ancora che tutto stesse andando verso il miglior miglioramento possibile. C’erano cose che non funzionavano, per carità, ma tra persone intelligenti si sapeva che con il tempo e la scienza tutto si sarebbe messo a posto. Poi ci sono state due guerre mondiali.
La civiltà capitalista urbana, la stessa che campava sul positivismo, generava (oltre a mille industrie) alcuni focolari culturali che alimentavano e al contempo si nutrivano dell'estetica di quella stessa civiltà. Si diffondeva tra artisti ed eccentrici l'occultismo, il culto del proibito e dell’inconoscibile, appassionando coloro che non ci credevano alla storiella che la scienza, la tecnica o la politica ci avrebbero salvati, ma che al contempo non potevano fare a meno di appartenere in qualche modo alle proprie rampanti città. Nel primo disco solista di Francesco De Leo ritroviamo una versione aggiornata di questo culto, la stessa atmosfera voluttuosa e inquietante. È un disco che invita a gettarsi negli ultimi momenti di intensità terrena, curarsi del corpo e adorare in strane ritualità l’angoscia sottesa a ogni piacere. 

Di Francesco De Leo possiamo ipotizzare che sia nato nel 1889, ma che si sia drogato talmente tanto da finire per sbaglio nel nostro tempo. Ha conosciuto Alex Turner e i Baustelle, ha fondato l’Officina della Camomilla con qualche visionario del 2000, l’ha trascinata finché l’Officina ha cominciato a trascinare lui. Poi basta, ha mollato la presa, si è stufato di tutta quell’adolescenza e gli è venuta nostalgia dei suoi tempi d’origine, di svegliarsi strafatto in un bordello a Parigi. Stavolta però al suo fianco non ci ha trovato nessun poeta maledetto, bensì Giorgio Poi, che gli ha mostrato il tunnel nascosto per ritornare nel 1918. Quel tunnel spaziotemporale probabilmente genera tutto quel suono di chorus che sentiamo ne "La Malanoche"

Con Giorgio Poi al suo fianco, Francesco ha imbracciato nuovamente la chitarra e si è accorto che tra il 2018 e il 1918 non è cambiato proprio niente. È uscito un disco in tutte le lingue del nostro tempo: lo spagnolo, l’inglese, il francese... lingue di una città metropolitana impiegate con quel gusto dell’esotico che Francesco si porta dietro dall’800. L’esotico che è un po’ dipingere le cose a colori sgargianti, descrivere Via Padova, Atlantide o il regno del Prete Gianni, pensare di scappare in India per starci peggio che qui, poi fottersene di come le cose sono davvero, l’importante è raccontarle, ridere e cantarle fino a dimenticarsi di tutto.
Francesco ha provato a dircelo che stiamo per fare la Grande Guerra, ma non si è spiegato o non abbiamo capito, e mentre tutto va a puttane, ha concluso di andare a puttane pure lui.

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