29/10/2018

Come fai a raccontare bene l'amore e le sue complicazioni facendo un disco che i nostri cervelli epidemicamente affetti da deficit di attenzione siano in grado di tollerare? Non fai. Piuttosto te ne freghi e pubblichi un doppio album che per ambizione può far pensare addirittura a "69 Love Songs" dei Magnetic Fields. Le canzoni contenute nel nono lavoro di Paolo Messere a nome Blessed Child Opera non sono 69, ma 23 è comunque una cifra notevole. Sufficiente a esplorare molti anfratti del più complicato dei sentimenti.
Nel primo disco, quello delle “Love Songs”, l'esplorazione viene portata avanti con i toni caldi di un alternative folk solenne ed emotivo, con echi del suo passato post-rock che si affacciano a tratti fra le ondate di enfasi quasi emo e i riflussi di angoscia wave. Ma “You know that nothing is lost”, intitola Messere una delle ballad più tradizionali e romantiche, una canzone d'amore da manuale che ci fa credere che dopo le montagne russe emotive con più bassi che alti ci sarà un lieto fine (magari “In your panties”).
Poi però arrivano le “Complications” del secondo disco, e lasciate ogni speranza voi ch'entrate nel lato oscuro dell'amore. Che però è il più bello, musicalmente parlando (ma non è sempre così, poi?): è quello dove B.C.O. dà libero sfogo alla sua vena più dark ed elettronica, inabissandosi in atmosfere spettrali, scandagliando i ritmi del cuore con battiti industriali, goth, trip-hop, blues, dove riecheggiano i dolori del giovane – e meno giovane – Nick Cave, del suo tenebroso sodale Blixa Bargeld, e di tutti quelli che non hanno paura del buio. Perché sanno che l'amore è complicato, ma anche che sono proprio le complicazioni a renderlo interessante.

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