31/05/2005

Non è semplice. Nel marasma dei tributi, nella folle rincorsa alla memoria e nel molto più naturale accostarsi ai modelli, non è semplice capire che cosa sia rivisitazione culturale, che cosa semplice ed onesta devozione ad un grandissimo e che cosa invece pura merda. Tutti sembrano riferirsi a tutti, e tutto si adagia su una mediocrità di fondo dilagante. Però poi c’è sempre la possibilità di stupirsi. Allora arriva uno che si metteva l’ombretto in un gruppo electro pop, ti piglia uno dei dischi più belli della storia e con una bravura fatta di tecnica e cuore - che non è nè mediocrità nè paraculaggine - riporta alle luci della ribalta e sul crinale dell'emozione la Storia.

Quando Fabrizio De Andrè pubblicava "Non al denaro non all'amore nè al cielo" correva l'anno 1971. Morgan non era ancora nato. I miei non si erano ancora conosciuti. Io ero solo un respiro affannoso in qualche progetto abbozzato a matita. Allora, già raccontava con la stessa poesia che lo ha consegnato agli annali della letteratura e della canzone di personaggi di confine, di bordo, di periferia. Di uomini e puttane, e di quelle storie che avrete letto in tutte le migliaia di articoli che gli hanno dedicato nel bene e nel male. Da grandissimo, da intellettuale ed artista superiore per sensibilità individuale e sentimento umano, da pittore solitario della realtà e giocoliere triste delle parole, il Faber di "Non al denaro" immergeva in una musica popolare e colta le vite di personaggi che alla vita erano arrivati per vie traverse e traballanti culle, uomini che nascevano nel letame come puzzolenti eppure meravigliosi e salvifici e autentici fiori.

Concept album. Lo definirono così perchè tutto era uno. La parte musicale, firmata Fabrizio De Andrè / Nicola Piovani, era una sequenza di storie musicali interconnesse. L'opera non si sfilacciava ma si rincorreva attraverso citazioni e rimandi, condivisione di note e ponti psichedelici. I testi, scritti da De Andrè con Giuseppe Bentivoglio, erano l’adattamento di nove dei 244 epitaffi che compongono l’intera Antologia di Spoon River, firmata da Edgar Lee Masters. Ciascuna canzone era un personaggio, e ciascun personaggio mostrava una sensibilità che andava oltre la semplice caratterizzazione.

Questo patrimonio non poteva andare perso. Dori Ghezzi - una vita dedicata ormai a mantenere viva l’opera del marito nel segno dell’oggi - lo sapeva, e sapeva pure che la vera audience di Faber sono i giovani, unico futuro possibile per canzoni dal messaggio eterno. Quale maniera dunque per trovare strade che parlino loro? Non portarli in un museo, ma creare su emozioni vecchie sensazioni nuove. Dori sapeva anche questo, e quando scelse Morgan per proporgli una rivisitazione personale di "Non al denaro" lo fece credendo che fosse il vero erede di Fabrizio e apprezzandone la sua personalissima maniera di interpretare il pop, ammiccante ma non vacua.

Castoldi dunque prese la palla al balzo, evitò le interpretazioni audaci, scansò i troppi intellettualismi noiosi si pose in atteggiamento di deferenza autorevole. Prese “Non al denaro”, lo rifece da capo, aggiunse qualche riff, in “Un medico” ci mise il tema regio dell’“Arte della Fuga” di Bach e in “Un chimico” ci inserì il suo famoso canone. Praticamente, fece il primo remake della storia della musica italiana. Come San Paolo che parla di Cristo, folgorato sulla via di Genova. Con i suoi peccati alle spalle e con una nuova più autentica consapevolezza. Il risultato è questo disco: credibile, barocco, deferente ma tenace. Forse inutile per chi dopo De Andrè mette un punto a capo. Eppure, quando la rivisitazione originale e fedele di una tale immensa opera è condotta in cabina di regia con una mano così ispirata e una tecnica strumentistica e vocale tanto forte e poderosa, la cosa funziona. Per me, che sono un pivello incuriosito dal passato. Ma anche per chi, vecchio amante agganciato a quella fantastica voce, gradisce sentire come, anche nel 2005, dedicarsi ad una pagina di storia possa avere un semplice eppure importante senso.

Commenti (2)

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  • paolashak 10/04/2009 ore 11:52 @paolashak

    Scrivere comporta tempo, anche per le chiacchiere di un concerto, ma è meglio non scrivere una frase intera piuttosto che togliere una sola parola che dia il senso ad una frase.
    La scrittura in fondo non può che imitare la voce. Non credo di potermi definire un industriale o un commerciante di pensieri, forse più commerciante comunque, ma il mio pensiero, per lo più debole, è sempre stato oscurato dalla forza dei sentimenti.
    Fabrizo De Andrè
    :)

  • Marco Scarpa 05/02/2011 ore 22:01 @marcoscarpa

    ottima recensione

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