01/07/2005 di Marcello Berlich

La Società del Caveau è ben poco etichettabile, ma probabilmente le etichette la interessano ben poco.

Avviene così che in questo "Anice" si ritrovino vari gusti e sapori, ma più che a una pesante 'pizza con tutto sopra', il risultato somiglia a una di quelle zuppe contadine del giorno dopo la festa, nelle quali vengono sapientemente 'riciclati' gli avanzi del giorno prima.

L'apertura, "Ricordi", è all'insegna di un duetto tra pianoforte classico e basso dalle vaghe tinte fusion, sui quali si innesta una chitarra elettrica dalla forte personalità; sembra uno strumentale, ma poi si ricolloca in una forma canzone.

Questa alternanza, tra il fulcro del'interpetazione vocale e quello dell'espressione strumentale, andrà a caratterizzare in varie forme tutto il disco.

Valga come esempio la title track: un affascinante mutaforma che salta con disinvoltura tra minimalismo, sonorità jazzate e vaghe riminiscenze wave, con un cantato che ricorda il Pelù degli inizi; il proseguio cammina più o meno nello stesso solco: il pianoforte denso di pathos con gli strumenti elettrici a fargli da contraltare, nel segno di cambi di ritmo e registro: improvvise aperture, ritorni alla calma altrettanto repentini, il tutto alternandosi con le parti cantate in una forma quasi dialogica.

Insomma, di questo "Anice" sonoro ci si sazia a fatica, scoprendo qualcosa di nuovo ad ogni ascolto, grazie allo sviluppo mai scontato dei pezzi, che in poche note cambiano forma, aspetto e mood, non chiedendo mai altro che la massima attenzione dell'ascoltatore.

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