09/11/2018

“Apocalips” è uscito il 2 novembre. E ho detto tutto! Il ritorno degli Ottone Pesante – a due anni di distanza da “Brassphemy Set In Stone” – non avrebbe potuto scegliersi giorno migliore per turbare il vostro sonno, il mio e, date le premesse, anche quello dei nostri poveri defunti.
A questo giro è il Libro dell’Apocalisse (le famigerate 7 trombe che preannunciano catastrofi ve le ricordate tutti, no?) a fungere da lievito madre concettuale di nove tracce annichilenti che non solo vanno a cementare un muro di suono scarnificante, fatto di decibel scagliati come mazze chiodate sui nostri padiglioni auricolari, ma soprattutto ribadiscono il talento indiscusso del combo faentino nella riformulazione (oserei dire “riscrittura”) dei canoni del metal estremo attraverso la sola interazione di due ottoni (tromba e trombone) con una batteria, in nome della più orgogliosa refrattarietà a chitarre, basso e tastiere.

Semplicemente partendo dagli insegnamenti oscuri di Black Sabbath e Slayer (questi ultimi evocati di rinterzo in “Angel Of Earth”) gli Ottone Pesante, con “Apocalips”, vanno a vitaminizzare ulteriormente il loro marchio di fabbrica, traghettando quel deflagrante brass-metal che li ha quasi resi oggetto di culto verso le sponde di un esoterismo sonico prepotentemente cinematografico (peraltro ben simboleggiato dalla splendida miniatura di copertina).
E se anche siete poco avvezzi alle molteplici declinazioni del metal non potrete che godere dell’ascolto di “Lamb with Seven Horns and Seven Eyes”, e della sua complessa partitura prog-jazz terribilmente sfigurata, o di quella “Bleeding Moon” che, come in una sorta di perfetta consecutio temporis orchestrale, ne riprende le virtuose movenze per dissanguarle dinamicamente sull’altare di un mortifero pseudo-bolero; ma anche della devastazione sanguinaria di “The Fifth Trumpet”, incattivita dalle grida lancinanti di Travis Ryan – cantante della band deathgrind californiana Cattle Decapitation – o dei 13 minuti abbondanti di quella “Doom Mood” che, fin dal titolo inequivocabile, sciorina funerea lentezza (e bellezza) in una terra di mezzo tra l’horror fantasy e la liturgia luciferina.

Brani, peraltro, che rappresentano solo gli episodi più rappresentativi di un ormai collaudato progetto sperimentale che, lungi dal presentarsi come un mero “menare come fabbri”, riesce ad affratellare generi musicali canonicamente distanti sotto lo stesso cielo dell’apocalittica accademia, perché, alla fine, vi piaccia o meno, pur sempre di accademia si tratta.

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