12/06/2019

Prendetevi il tempo necessario per una pausa. Staccatevi dai vostri smartphone, pc e quant’altro e chiudete gli occhi. Probabilmente penserete ad una partenza, al mare, al sole dei tropici, ad un cocktail esotico da sorseggiare su una spiaggia, o in barca, guardando un tramonto mozzafiato. E’ esattamente in questa dimensione che pretendono di portarvi i Delef. Nato col cuore a metà tra il Brasile e Comacchio Delef è un progetto di musica folk “tropicale” che vuole unire la poesia del cantautorato italiano ai ritmi dal mondo parlando di viaggi e incitando all’amore e alla speranza. Si, la speranza che è, per forza di cose, sempre attiva, positiva. “Il solo bene che è comune a tutti gli uomini, e anche coloro che non hanno più nulla la possiedono ancora” avrebbe detto Talete, secondo un detto a lui attribuito. Perché in fondo è di questo che siamo fatti, di sogni e speranze e, questo disco, parla proprio di questo. Parla di sentirsi fragili come una barchetta di carta nel vasto mare della vita, affrontando comunque gli ostacoli ma, soprattutto, noi stessi. Parla di tutti, di quelle banalità del quotidiano che, forse, ogni tanto, è bene ricordare. Come il respirare, come ci esorta a fare il primo, strumentale, brano dell’album “Respira”, appunto. Atmosfere calde e assolate, leggermente danzerecce che si liquefanno in quel “Shhh, respira”. Come in un negativo, le cose, si osservano meglio in “Controluce” ed è proprio di questo che parla la seconda traccia dell’album. “A mente libera” è il brano ideale per darsi la carica al mattino, come ha dichiarato recentemente Michele Cuccu (voce e chitarra della band). Leggera eppure danzante, soave e sfuggente ma positiva perché è proprio questo il concetto che è alla base di ogni singola nota o parola dell’album. Avere un atteggiamento positivo verso il futuro, avere sogni, avere obiettivi. Insomma, fiducia nella vita. Non mancano momenti riflessivi, critici come “Vernice”, il brano più perplesso dell’opera che, seppur rimandi, nel sound, a quel vorticare gioioso che è la musica brasiliana, leitmotiv dell’intero lavoro, il testo è un aspra critica sociale dove gli elementi depressivi sembrano prendere momentaneamente il sopravvento. Prima di chiudere c’è giusto il tempo per una “Rivoluzione” “oltre orizzonti e confini e paure”, oltre gli ostacoli che solo l’occhio della nostra mente riesce a creare. Insomma, tutto torna no? Fiducia, positività e speranza. E sono proprio questi, come già detto, gli ingredienti necessari per percepire e gustarsi in toto l’intero lavoro che coniuga abilmente la musica brasiliana e il cantautorato italiano e che dimostra, incredibilmente, quanto i due mondi siano strettamente collegati e quanto la band sia stata illuminata e illuminante nel mescolarli. Quando ritorneremo da questo breve, intenso, luminoso viaggio della mente ciò che ricorderemo con piacere saranno gli orizzonti immaginifici che la band avrà cercato di farci suscitare. Quegli orizzonti intesi come utopia, irraggiungibili, che non ti lasciano il tempo per pensare e stare fermo bensì ti spingono ad andare sempre avanti, perché sai che sono li, pronti ad aspettarti. Proprio come i tramonti.

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