04/03/2019

Di un’anima lacerata cosa rimane, se non la disperazione e l’errante volontà di acquietare le proprie gesta inconsulte, mentre indomita cerca di proseguire verso un futuro ignoto vagando a suo discapito tra i ricordi? Se chiudessimo gli occhi durante l’ascolto de "Il Male Accade" la nostra mente potrebbe facilmente fluire in un’ipotetica opera cinematografica, la cui regia è composta da un unico piano sequenza che scorre lentamente tra gli scorci urbani del capoluogo scaligero.

Una luce crepuscolare illumina a tratti lo scenario davanti a noi, risaltando e occultando il percorso, mentre l’eco di un pianto soffocato si alterna a quello di urla spezzate. In questo capitolo - che giunge dopo otto anni dal precedente "Io ricordo con rabbia" - gli Ultimo Attuale Corpo Sonoro sono la voce fuoricampo di una sinusoidale presa di coscienza, amara e dolorosa nell’accettare il male come collante che si inserisce tra gli interstizi di fratture causate, in primis, dallo spettro del passato che ci colpisce senza alcuna remora. Negli otto brani che formano il disco risalta una composizione sonora che giunge trasversale, capace però di adagiarsi con posa naturale tra un’orchestrazione post-rock e una pioggia di abrasivi momenti noise dall’impatto hardcore: tonici e vigorosi, spezzano con fare incisivo i momenti più dilatati in cui i musicisti veneti si lasciano andare.

Pertanto la stesura del disco risulta avere uno sviluppo orizzontale ben definito, nonostante l’ampio raggio di evoluzione stilistica da cui è costituito; è come se l’ascoltatore restando in religiosa meditazione venisse aggredito con ferocia da intimi e torbidi pensieri, mentre al contempo lunghi e profondi respiri lo guidano verso una deriva di languida malinconia. Quando affonda l’aurora dà una tinteggiatura noir tanto quanto basta per sfumare nel riflessivo intermezzo ascritto in "L’ora del lupo" - atmosfere poi riprese in "Un’Estate d’amore" - un preludio sempre più crescente e agitato, come in preda a spasmi nervosi che esplodono in "Madonna Verona", il brano più complesso e rappresentativo del disco, una visione appannata che deforma la città della tragedia shakespeariana in un ancor più tormentato e disperato luogo di sconforto.

E nel momento in cui le note di "Una luce che uccide" appassiscono, con un decadimento naturale nella conclusiva "Buio", una commistione di sentimenti ci lasciano con un buco dentro al petto a ridosso del nero epilogo, un vuoto colmabile con la risposta al quesito in apertura interrogandosi in definitiva sul ruolo dell’amore che sembra, in questa tragedia, vestire il duplice ruolo di salvatore e carnefice.

 

Commenti (1)

  • Brunelli 3 mesi fa @Brunelli

    Consiglio vivamente l'ascolto di questo album. E' difficile trovare dischi di questa intensità in giro.

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