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RECENSIONE
08/07/2005

Questo è un disco di musica componibile. Ci tengono gli Addamanera a far sapere al mondo di essere compagni di merende dei Mariposa e di possedere la medesima carica visionaria. Nonostante una differenza di approccio che porta la band siciliana più vicina al surrealismo che al dadaismo del collettivo toscano e a uno sfruttamento razionale dell’irrazionale in grado di portarli lontano da ogni forma di nichilismo. Ma non è il caso di farla così complicata, perché “Nella tasca de il zio” è un disco per nulla cervellotico o con pretese pseudo-intellettuali.

I rapporti di buon vicinato con i primissimi anni ’70 hanno portato gli Addamanera a schierarsi dalla parte di uno sperimentalismo sui generis, attento alla melodia e a non dimenticare le tradizioni folk e, sia pure in misura minore, progressive. La scuola di Canterbury, con la sua molteplicità di linguaggi (basti ricordare il nome e la follia di un certo Kenin Ayers), sembra aver influito non poco, così come i voli magici di Claudio Rocchi e le derive affrontate in nome dell’eterna psichedelia. “Nella tasca de il zio” riesce così a offrire diverse chiavi di lettura. A volte sorprendenti. Come quando fonde stili apparentemente lontani tra di loro: la parte finale di “La barca” sembra il frutto di una session tra Syd Barrett e la Nuova compagnia di canto popolare (!), mentre i viaggi lisergici di “Lemonjelly” non impediscono l’inserimento di spericolate fantasie free jazz. Tutto il resto è un gioco tra carezze acustiche in bilico tra (sana) pazzia e tradizione. Non per niente il lavoro si apre con uno scacciapensieri e si chiude cercando di non dimenticare l’oriente (“Il vaso”) e la terra natia (“Viandante” e “Langue”).

In un disco piacevole e saggiamente folle, preoccupa solo l’incipit di “La reale forma del vaso”, preso di sana pianta dal refrain di “Dotti medici e sapienti” di Edoardo Bennato. Difficile si tratti di un omaggio…

Tracklist

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