15/05/2019

Un muro di synth circonda ed avvolge l’ascoltatore sin dalle prime battute di “Fiore di carta”, brano a cui è affidata l’apertura di “Farfalle”, primo disco sulla lunga distanza firmato dai trentini L’Opera di Amanda dopo un paio di extended play pubblicati nel 2013 (“L’Opera di Amanda”) e nel 2015 (“Chimere”).

Lo scenario elettronico la fa da padrone dominando tutte le otto tracce, ma inchinati ai suoi piedi e alle sue dipendenze troviamo cavalieri di tutto rispetto assoldati dai regni del cantautorato indie e del dream pop, perfettamente integrati al contesto, e addirittura uno stallone elettro-rock che si affaccia soprattutto nella conclusiva “Dessert”.

Le tracce alternano ritmi più sostenuti (come le già citate “Fiore di carta” e l’esplosione finale di “Dessert”) e momenti più rallentati (per esempio l’orientaleggiante “Mangrovie” e la cosmica “Via lattea”) ma l’atmosfera generale è quasi sempre degna di un dancefloor futuristico.

Nei testi, la vena poetica de L’Opera di Amanda si esprime soprattutto tramite frasi brevi e piccole scene evocative che mirano a far immaginare piuttosto che descrivere. Molto lineari sono anche le stratificazioni sonore e ben levigati i suoni, rivelando evidentemente una ricerca compositiva incentrata sulla semplicità e sulla chiarezza, forgiando brani compatti e diretti. Non c’è una melodia che resta in testa più delle altre o un ritornello particolarmente incisivo, come se ciascun pezzo si reggesse sul precedente e sostenesse il successivo. A tenere insieme tutte le parti c’è l’ombra lunga degli anni ’80 che, come genitori orgogliosi, osservano la metamorfosi dei loro piccoli bruchi in “Farfalle”.

Manca ancora qualcosa perché questi affascinanti e colorati insetti riescano a farsi notare in mezzo ai loro simili, ma sappiamo che il loro volo è iniziato.

 

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