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RECENSIONE
24/05/2019

Interrogarsi sul tempo che passa è una prerogativa caratteristica del genere umano, specie all’avvicinarsi di ricorrenze e anniversari che ci costringono a tracciare delle linee e a fare dei bilanci. Il futuro continua ad essere la spinta quotidiana verso cui aspirare, ma da un certo punto in poi anche il passato comincia ad avere il suo peso specifico. Come sono stati gli ultimi dieci anni? Ho raggiunto gli obiettivi che mi ero prefissato? E come sarà la mia vita da adesso in poi?

Domande che, per forza di cose, finiscono per attraversare anche una band e il suo percorso: dieci anni sono un tempo molto lungo e nel caso dei The Doormen, non privo di soddisfazioni.
Perchè se dieci anni fa vedeva la luce il primo ep della band romagnola, l’uscita di “Plastic Breakfast”, rappresenta un punto di arrivo importante.

Pur con un piglio maggiormente rock infatti, il quinto lavoro in studio non si allontana dalle sonorità new wave che ne caratterizzano l’identità, ma ne fortifica lo spessore: la scelta di intraprendere un discorso musicale che ha dei riferimenti lontani nel tempo può essere rischioso se non si dimostra abilità nelle composizioni ed originalità nelle scelte. In questo senso “Plastic Breakfast” è un buon disco perché rappresenta quello che i Doormen sono stati in grado di diventare nel corso degli anni: accurati nel sound, appassionanti nella scrittura (“The Real Process”, “Lay Down” e “Shut Up” su tutte) e sicuri nei loro mezzi, tanto da decidere registrare tutto in presa diretta in soli tre giorni.
Il risultato è un album pieno di ritmo e di idee brillanti, che merita di non passare inosservato.

Tracklist

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