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RECENSIONE
01/04/2019

Quando l’uomo occidentale tentò di approdare nelle isole Andamane, in India, trovò ad attenderlo la tribù dei sentinelesi che lo riempì di frecce e non lo fece neanche salutare. Questi ultimi rifuggono la modernità e i contatti con l’esterno, arrivando ad essere molto permalosi, ma la loro non è cattiveria, piuttosto protezione di un artefatto magico che da 100 anni idolatrano sopra ogni cosa: è l’album “Adoro Borealo” di Auroro Borealo. Come sia finito lì nessuno lo sa, nonostante le spedizioni di Alberto Angela e Roberto Giacobbo in merito, la questione non è mai stata chiarita a fondo, fino alla svolta. Nottetempo, un eroe assolutamente anonimo è riuscito a leakarlo per farcelo ascoltare. Da quel momento siamo attoniti e muti, sconvolti da tanta bellezza che toglie il fiato e ci lascia inebetiti, frastornati a strisciare sul pianeta Terra come fanno i protagonisti del Rocky Horror Picture Show nei titoli di coda: persi nel tempo, nello spazio e nel significato.  

Contravvenendo al pensiero nietzschiano secondo cui la bellezza più nobile non scatena assalti tempestosi e inebrianti ma si insinua lentamente, l’album “Adoro Borealo” riesce a penetrare tutti i livelli di percezione per renderci capaci di una corrispondenza d’amorosi sensi colossale, un rapimento e un’estasi nei confronti della musica, al punto tale da insignirlo del titolo di Album del secolo, senza se e senza ma. Le undici tracce che vanno a comporlo si intersecano perfettamente come le tessere della vetrata di una cattedrale, possente e insieme vaporosa come t’immagini sia l’acconciatura di Dio in un giorno di tramontana.

Il poeta, l’artista, qui immola il suo pensiero per farlo capire a noi poracci e lo va a semplificare per l’interlocutore Carlo Pastore nella prima canzone, un tumulto di rock duro in cui l’Altissimo declama la poetica d’elfi, draghi, spade, solite cose insomma. Già avvinti, cambiamo registro col secondo pezzo, “Atti pubblici in luogo osceno” e iniziamo ad ancheggiare follemente al ritmo della disco, grazie anche all’apporto di DIVA, per una favola morale sull’abbrutimento degli umani nei locali da ballo del ventunesimo secolo. Le influenze etnico tribali raggiungono il climax in “Polpette Reggae”, in cui Angelica canta in duetto col Vate un pezzo in levare. Per “Venezia è una città bellissima (ma non ci vivrei mai)”, il Prodigio si fa aiutare da Johnson Righeira in persona (vincitore col collega del disco del secolo scorso), per un moto da Rondò Veneziano, nobile e insieme infastidito. “Pomeridiana” vede l’apporto di Annie Mazzola, cantante che ha il LA naturale, per un funk rock indolente e sinuoso, fatto apposta per concepire.

Con l’apporto dei Punkreas, Sua Eccellenza spinge sul punk rock con la canzone “Avrò sbagliato qualcosa” ma è col pezzo seguente, “Mio figlio è ipocondriaco”, che il nostro centravanti dei sogni gioca il jolly, anzi, sua mamma, che canta un pezzo dal sapore brasileiro di rara tenerezza, sulla paura di contrarre ogni tipo di malattia. In “Urlando CTRL-C”, il nostro eroe tratta il tema sempre sensibile dell’occupazione a tempo indeterminato, insieme a quella sagoma di Greg Dallavoce. In “Sessone” fa il paio con Ruggero De I Timidi per una canzone che stavolta non fa concepire, bensì favorisce il coito senza impegno, l’accoppiamento privo di legami. Ancora attrazione, stavolta quella che chiunque potrebbe provare per Ariele Frizzante che, insieme ad Auroro, dà vita a un pezzo tutto testosterone che non esiteremmo a definire il “Ma quale idea” di Pino D’Angiò del 2020. Conclude l’opera la commossa chiosa insieme al mito Gianfranco Manfredi (mito davvero, andatevelo a studiare, su): “Stay Hungry, Stay Foolish, Stay Home”. Un finale intergenerazionale, l’ultimo gioiello della corona del Re Auroro Borealo, che consegna a noi poveri stolti il Disco del Secolo, forse il miglior album di tutti i tempi. Adesso diamo pure fuoco alla nostra collezione musicale e cambiamo mestiere, perché mai ci capiterà più di provare emozioni di tale intensità.

Tracklist

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