13/05/2019

Pochi gruppi come i Fast Animals and Slow Kids sono stati in grado di segnare la generazione degli anni zero. Se sei in fissa con le chitarre e con l’emo e i tuoi anni di formazione li hai avuti di recente probabilmente sei passato anche da qui. Ma cosa succede quando il tempo passa?

Animali Notturni” è il quinto album dei Fask, e segna un passo in avanti rispetto a quello che sarebbe potuto essere il loro percorso più scontato, ma anche quello più pericoloso. Dopo quattro album che stilisticamente continuavano a battere la stessa incudine, ci si sarebbe aspettati un nuovo macchione di chitarre dai quattro di perugia. Questo disco invece sviluppa i capitoli precedenti nella stessa direzione, ma su un nuovo livello. Le produzioni di Matteo Cantaluppi aprono un diorama sonoro che nella loro discografia non si era mai visto, dalla stratificazione complessa delle frequenze (una traccia ha 32 linee di chitarra sovrapposte, di cui probabilmente 5/6 sono state aggiunte per puro nerdismo) alla resa spaziale nell’ascolto in cuffia, in cui si percepisce la distribuzione delle parti come i dischi precedenti nemmeno sognavano. Gli arrangiamenti scardinano definitivamente il nucleo, comunque centrale, di basso-chitarre-batteria infilando in mezzo archi, fiati e pure un glockenspiel che non sono solo di supporto armonico ma  comprotagonisti dei brani.  

Certo, questo non è un altro disco registrato nella loro storica casa sul lago, e qualche fan storcerà il naso. Ma qualche fan che storce il naso ci sarà sempre, e dopo quattro album cambiare era necessario. E questo è un disco fatto dalle stesse persone di “Cavalli”, ma con dieci anni in più. Forse anche di più, che a furia di scavare sempre dentro se stessi finisce che in termini di consapevolezza artistica ed emotiva gli anni degli artisti si devono contare come per i gatti. 

Se la chiave testuale fino ad oggi era stata la parola “solo”, ora viene sostituita dalla parola “amore”. Un disco che comunque parla di dolore, ma che viene alternato alla speranza e al miraggio in un dualismo molto più evidente che in passato. L’evoluzione fisiologica della band e della scrittura di Aimone sublima in tutto l’album, ma lo special di “Canzoni tristi” è quasi una dichiarazione di poetica. “Sai, per tanti anni pensavo fosse alternativo fare il punk / ma oggi ho trent’anni, vorrei soltanto dire quello che mi va / ti parrà strano, ma è questa la mia nuova libertà”. 

Il rock, forse perché ormai da 70 anni è stato sperimentato in ogni strada e potrebbe aver esaurito la quota di innovazione nel 2019, è un genere oggi estremamente rigoroso. Ha delle regole precise se vuoi starne al gioco. C’è un momento quindi in cui l’essere contro ti aiuta a combattere i mostri, veri o immaginari, ma se cresci e i mostri spariscono il punk può non essere altro che il dover aderire a uno standard. Cos’è quindi più rock, continuare a tagliarsi i polsi solo perché qualcuno si aspetta che tu lo faccia, o parlare d’amore nel modo più sincero e maturo che tu riesca a trovare perché è quello che vuoi davvero?

 

Commenti (3)

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  • palles 9 giorni fa @palles

    Ma che davvero?

  • Silent Odd 9 giorni fa @marcotodde

    sarò gentile, la svolta non mi è piaciuta.

  • Alessandro Fiorito 9 giorni fa @Ghiacciolo

    Ci avevano lasciato dicendoci che forse non è la felicità ciò che vogliono, ma un percorso per raggiungerla.
    E forse questo disco non è ancora la felicità, ma sicuramente è un percorso per raggiungerla.

    Al di là dell'apprezzamento sull'album (non l'ho ascoltato tutto bene), mi sembra la naturale prosecuzione del loro percorso

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