21/05/2019

Da un bestiario posticcio e metafisico a uno allegorico e politico. "Ballate per uomini e bestie" prende forma dalle ceneri di "Canzoni della Cupa", interrate col rito bacchico degli uomini bestia allo Sponz Fest 2018: è un’opera di ecologia musical-letteraria che cerca di ricucire il rapporto con la natura e l’animale.

Poesia, filosofia e denunzia sono ancelle dell’unico strumento possibile in tempi di pestilenza, dal Decameron in su: il racconto. Capossela è un narratore, ma è prima ancora amante delle storie, in cui cerca riparo per arrotolare un filtro da cui restituire il suo immaginario; e lo arrotola usando la musica che gli serve: qui il folk è ricoperto da una serie di mastodontiche sinfonie barocche, medievali, rock, punk, prog, che chiamano fuori per divinazione e temi musicali gli animali per entrare nel “vero”, quello della poesia e dello spirito, e lasciare un “reale” in cui regnano sintesi, paura e bassi istinti.

Nell’antropocene fallisce il tentativo della buona novella perché, anziché accogliere le sue tante forme, l’uomo ha cercato solo l’unità, in politica e in religione, cominciando a mentire e a gridare. Viviamo un nuovo Medioevo, quello della post-verità e delle fake news, in cui tutto è rapito dal consumo: "La peste", brano eclettico con tanto di vocoder finale, usa i correlativi del web per denunciarne gli effetti virulenti. Uno su tutti, quella che Pasolini chiamava aculturazione. Alla parola si è sostituita l’immagine, pornografica e televisiva: sono le "Nuove tentazioni di Sant’Antonio", in cui zoomorfi e demoni evocati dall’arrangiamento di Massimo Zamboni e dalle chitarre di Marc Ribot creano un inferno vacuo e senza ragione.

L’iconografia medievale per eccellenza, quella della danza macabra, è invece l’allegoria dell’industria della paura, che appiattisce il pensiero e smantella la lotta ai diritti. "La ballata del carcere di Reading", canzone ispiratissima come il modello letterario (l’omonima ballata di Oscar Wilde), denuncia l’uomo nel suo atto meschino di tradire la cum-passione predicata da Cristo e praticata, ad esempio, da Francesco d’Assisi, che nei "Fioretti" indica carità e sostegno della pena di vivere come condizioni per la letizia e per l’armonia con gli animali.

In una realtà tutta sintesi e abbreviazione, il pangermanico sceglie una forma libera da regole di lunghezza: ballate, lasse, rondò, mottetti, filastrocche, servono per raccontare la pestilenza morale ed espressiva del nostro tempo. Se il "Bestiario" di Cortazàr legava il mondo animale al tema del fantastico, Capossela scrive un disco di carnasciali, in cui sacro e profano servono a parlare del vero, dove gli uomini sono ultimi e gli animali abbattuti o ridotti a piatto, o a freak da circo.

Capossela disegna un mondo fosco e dissacrato, privato della sua parte sacrale quindi rituale, animale. Lo stato di natura è stato abbandonato con un sedicente atto artistico, con cui l’uomo ha riversato nel sacro la scissione dall’animale. Il canto rude di "Uro", accompagnato dagli archi di Teho Teardo, serve a ricongiungersi col tauro ancestrale, bestia che resiste nell’inconscio. Uro è l’animale che dunque siamo, per dirla con Derrida, l’animale che abbiamo addomesticato e portato all’estinzione. Così le bestie del disco sono allegoria delle forme umane: il porco, filtrato dalla lectio di Giulio Cesare Croce (cantastorie del 1500) e celebrato da un testamento anarchico e arrembante, è anagramma del corpo, della carne a cui l’uomo è destinato nonostante millenni di evoluzione; I musicanti di Brema (fiaba dei fratelli Grimm arrangiata con Daniele Sepe), rappresentano chi non si arrende al ciclo produttivo e si fa forza per nuove imprese; il mannaro versopelo (Le loup garou) è la sintesi del dominio della norma; La giraffa di Imola rappresenta le vittime delle gabbie sociali, da cui è impossibile uscire senza permesso; l’orso è il simbolo del senza patria; la lumaca è il segno dell’importanza della lentezza che rende eterno il mondo. Quando i conti con la vita sono almeno in pari, si può tornare indietro fino al pensiero che sta all’origine del mondo, per provare a rilegare logos e phoné, parola e voce. Così Vinicio Capossela ha scolpito il suo disco più politico, e quindi più umano.

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