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RECENSIONE
13/09/2005

Se Rubik avesse pensato ad una colonna sonora per il suo cubo magico, forse avrebbe inventato Grand Master Mogol, la nuova busta delle sorprese nata in casa Riot Maker. Un intruglio d'alta classe che proietta gli Amari dove mai erano giunti prima.

Da anni simbolo dell'incompiutezza di certa musica indipendente, in bilico tra idee magnifiche e sbadigli disarmanti, i friulani sembrano aver trovato la soluzione al loro rompicapo. Se non li conoscete, provate a immaginare una stralunata comitiva di fighetti di periferia, che aspirano a diventare poser d'alta moda in copertina su Vanity Fair. Ruffiani e ammiccanti come vallette di Drive In. Sublimi nell'esercizio di stile e stavolta assolutamente impeccabili nell'arte delle belle canzoni. Abbandonano finalmente quel fastidioso retrogusto Casino Royale, per sintetizzare il meglio dell'indiepop contemporaneo, pur continuando a riciclare materiale adolescenziale degli anni ottanta.

Volutamente ridondanti nell'ammucchiare suoni su suoni, riescono ad equilibrare estro e melodia in canzoni quasi magistrali. Un incontro tra pop d'autore e blob tecnotronico, come se Max Gazzè e Samuele Bersani intonassero stornelli da spiaggia con Gorillaz e Neptunes, o se i Soulwax decidessero di remixare i Picnic at the white house (adoro le cose Riot Maker, perchè ci si può sempre sbizzarrire in abbinamenti insensati, senza mai azzeccarne uno). Insomma, siamo di fronte ad una band un po' difficile da spiegare eppure estremamente semplice da ascoltare. La novità rispetto ai dischi precedenti è la maturità. A differenza di gran parte della musica indipendente, gli Amari ora non hanno più bisogno di aspirine. Niente mal di testa, nessuna lagna, solo tanta voglia di divertirsi seriamente. Se poi ci scappa pure una riflessione agrodolce, tanto meglio. A stupire è soprattutto la qualità dei suoni. Roba da far invidia a New York, Berlino e Londra. Loop, scratch e glitch rubati da videogiochi, frullatori, tastiere, lavandini, sigle di cartoni animati e dischi di elettronica postmoderna, assemblati e manipolati con cura micidiale. Insomma, elettronica semplicemente superba, per gusto, espressività e paraculaggine, ma anche un prezioso tessuto di strumenti veri. Una ridondanza di dettagli che si rincorrono senza sosta con impeccabile equilibrio. Esattamente come le loro parole veloci veloci con quel disarmante sapore hip hop, ma sempre attente a prendere un bel respiro e tornare a cantare lentamente. Tutto senza mai allontanarsi dalle frasi rotonde che di solito usano i cantautori, quelli non troppo seriosi della scuola romana, la stessa da cui sembra provenire Il vento del 15 Gennaio, potenziale hit single per liceali innamorate. Medesime doti d'alta classifica le possiede Conoscere gente sul treno pop sincopato dal tiro micidiale, perfetto per una pianificazione in heavy rotation su Radio DJ. Colpisce anche la melodia liquida della filastrocca di Campo minato. E se qualche volta l'abbondanza di variazioni stilistiche si rivela una debolezza, l'ascolto prolungato rivela che è proprio l'armonia con cui viene gestita l'eterogeneità che rende questo disco un gioiello di coerenza e di stile, dalla prima all'ultima canzone, comprese quelle brutte (ma chi se ne frega). Grand Master Mogol è la dimostrazione lampante di come la discografia major sia ormai buona per i libri di storia, perchè se un disco così sarà lasciato a galleggiare nei piccoli numeri della musica indipendente, significa che la fine è vicina. Nel frattempo, noi che siamo intelligenti, prendiamoci uno spazio di pausa e tiriamo un sospiro di sollievo canticchiando questo disco pieno di cose belle.

Tracklist

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