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RECENSIONE
26/09/2005

Violenza d’Annata o Violenza Dannata? Entrambe, direi, se i tuoi eroi si chiamano, fra gli altri, Nietzsche e Schopenauer, Jim Morrison e Clash, Kubrick e Cobain… tutti quanti, insomma, han fatto di un certo maledettismo nichilista una fulgida bandiera nera. Il cerchio, allora, parrebbe completo. L’interesse s’azzera e sei lì ad aspettarti un suono d’accatto, l’ennesima sbiadìta caciara. Invece, i Vintage Violence riescono nella piccola impresa di guardare al passato restando se stessi. Arricchendo, in pratica, una sempre appetibile ricetta garage-punk con farina di prima mano, vuoi dal sapore noise o vagamente canterino. Riff sporchi, taglienti. Distorsioni acide e malate. Un cantato costantemente rarefatto non sai se più sguaiato o svogliato. Come se, prima di suonare, si calassero tutti e cinque nel catrame per poi asciugarsi a un black hole sun che vomita solo polvere e malessere.

I testi sono sul criptico-ricercato. (Micidiale il titolo “Discesa nel mestruo” a omaggiare “Una discesa nel Maelstrom” di Poe). E manco a dirlo, trasudano negatività e un cupio dissolvi che se risultano alla lunga fastidiosi, restano comunque in linea con la cifra artistica adottata dal gruppo. Il punto, semmai, è un altro. A convincermi poco (leggi piacermi), è questo gusto nemmeno troppo sibillino per il germe cattivo che è in noi (solo provocazione?), nonché per un superomismo a mio avviso puerile e fuori dal tempo. E passi la parabola esistenziale tracciata da Nietzsche e Schopenauer, ma la copertina del disco con un fotogramma del truce e patinato “American Psyco”, è puro trash, un’icona vacua, proprio roba da pischelli.

Tracklist

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