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RECENSIONE
18/10/2005

Da un ascolto distratto, di questo disco si potrebbe parlare male, dicendo che è derivativo, che non dice niente di nuovo, che prende stampini creati da altri e li ripropone. Se invece ci si sforza di entrare nei meccanismi che ne sono stati alla base, si può ricostruire un percorso del tutto diverso.

Angelo Ruggiero non è un musicista alle prime armi, questo è il suo secondo disco, che arriva a dieci anni di distanza dal primo e che dimostra una totale padronanza del filone cantautorale italiano. Questa tradizione viene presa e rielaborata da Ruggiero, arrivando a creare un disco che, se non si può considerare rivoluzionario, è senz’altro caratterizzato da un’altissima qualità dei brani. Si tratta di piccoli racconti, di frammenti che vengono offerti all’ascoltatore mischiando continuamente le carte, in un gioco di rimandi in cui Capossela si alterna a Fossati, con De Gregori spesso dietro l’angolo.

Il lavoro di Ruggiero, dunque, attua ad un livello interno, semantico, quello che figure come Baustelle e Babalot realizzano ad uno stadio fondamentalmente estetico. Per questo motivo, l’impostazione del cantautore barese può essere avvicinata a quella fatta propria da Pacifico e, in un certo senso, da Stefano Vergani: realizzare canzoni consapevoli del proprio passato, unendo varie ispirazioni e aggiungendovi elementi propri, in questo caso qualche spruzzo lieve di elettronica, che va a sostenere degli accompagnamenti ridotti al minimo, scarni come i testi, che vivono di piccole, suggestive immagini. Si incontra allora la storia di un bracciale, elemento che serve a raccontare la vicenda di un uomo il cui "circo ora si chiama braille" (“L’anello di A”), passando per il carcerato che spartisce i pochi metri quadrati con “Molti topi”, fino ad arrivare al pezzo più riuscito del disco, “Sogno”, che contiene l’immagine più vivida di quella piccola poesia di cui è impregnato il disco, ovvero il concetto minuscolo del fumare "sigarette leggermente oppiate", dove quel leggermente si fa manifesto della sensibilità che sta dietro ad un’intera idea di scrittura di canzoni.

Un disco pienamente riuscito, dunque, che ha avuto la fortuna di essere cullato per dieci anni e che è maturato con calma, senza pressioni. Certo, i risultati si vedono, ma sarebbe davvero un peccato dover aspettare un altro decennio per riascoltare Angelo Ruggiero e il suo (sacrosanto) orgoglio per il proprio accento pugliese.

Tracklist

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