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album Hypermnesiac - THE SOMNAMBULIST

recensione THE SOMNAMBULIST Hypermnesiac

Slowing Records / Symphonic Distribution 2020 - Rock, Psichedelico, Alternativo

RECENSIONE
17/01/2020

La perfetta sintesi di orecchie, cervello e muscoli (cuore compreso) che hanno attuato i Somnambulist nella composizione di questo “Hypermnesiac”, loro quarto lavoro sulla lunga distanza, raccoglie, rielabora e fonde ingredienti diversissimi in una formula coerente che compiace le orecchie senza tradire il più esigente cervello e coinvolge tutti i muscoli in una danza oscura che segue ritmi convulsi e dalla quale non può esimersi anche il cuore, coinvolto in una spirale di emozioni che ruota soprattutto attorno alla paura, all’ansia e alla dannazione.  

Il nostro Marco Bianciardi, leader nonché voce, chitarra e attualmente unico membro italico della formazione, è un crooner indemoniato dall’anima rock e trascina con sé folate di sabbia desertica che si infiammano scontrandosi con le note della seicorde; il socio di vecchia data Thomas Kolarczyk disegna tutte le ombre delle scene sonore con il suo basso robusto ma mai arrogante, mentre la new entry Leon Griese (coproduttore del disco insieme a Bianciardi) è una macchina da guerra dietro le pelli ma si occupa anche del pianoforte e dei pads, creando i fondamentali giochi di luce e colori per evidenziare le dinamiche delle composizioni.  

La tensione emotiva di questo disco si inaugura già con l’opening track, “Film” (in cui Bianciardi articola le sue liriche invadendo perfino territori rap) procedendo poi in un crescendo che esplode definitivamente con le due tracce centrali di “Hypermnesiac”, ovvero l’ossessiva “No use for more” e la labirintica “At Least One Point at Which It Is Unfathomable” (nel cui dialogo tra prog e stoner degli strumenti si affacciano talvolta synth techno) ma è con gli otto minuti e mezzo della conclusiva “Ten Thousand Miles Longer” (in diretto collegamento con “A Ten Thousand Miles Long Suicide Note”, brano del disco precedente) che si sublima l’estro compositivo della band, attraverso i dialoghi triangolari del combo berlinese che enfatizzano la loro poetica grazie all’incontro con il sassofono di Marc Doffey e il trombone di Jan Landowski, colloquiando apertamente in una lingua dall’accento jazz.

Può sembrare strano che il successore del doppio album di ben sedici tracce che fu “Quantum Porn” ne contenga solo sette, ma nel mondo dei Somnambulist non ci sono regole e per loro la forma più coerente di coerenza è l’incoerenza, o meglio la libertà di rispettare solo le leggi dell’ispirazione, senza canoni imposti, e solo una band ingegnosa e raffinata come questa poteva riuscire a rintracciare le congruenze più nascoste tra le infinite e disparate influenze dando vita ad un disco sorprendentemente coerente e senza compromessi.

Se qualcuno aveva ancora bisogno di una conferma del talento di questa band, quella conferma è arrivata.

 

Tracklist

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