Cesare Basile Hellequin Song 2006 - Rock, Indie, Alternativo

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Cesare Basile torna con un nuovo disco e non sono più spettri o figure scure ad essere chiamati in causa. "Hellequin Song" vuole direttamente parlare alla carne, frugare tra le frattaglie che qualcuno chiama vita, o peggio ancora amore, e tirarci su un po' di musica, una cinquantina di minuti scarsi. Quindi cranio, cuore, carne. La triade che esige al tempo stesso una concretezza quasi anatomica e la leggerezza di canzoni che arrivano quasi futilmente e se ne vanno senza fare troppo rumore, cantate da una voce che le sta a guardare distratta e lascia un commento ogni tanto.

A detta dello stesso Cesare, questo è stato un album creato in gran velocità. Tutto si è fermato nel poco tempo in cui è stato scritto e registrato. E' un po' come fotografare qualcuno di sfuggita e capire, in seguito, l'anima che lo muoveva in quel momento. In effetti, questa sorta di fretta un po' la si sente: alcuni brani ("Finito Questo", "Usa Tutto L'Amore Che Porto") lasciati a semplici linee di piano e voce restano deboli, non si caricano di vero minimalismo quanto di poca attenzione e non molto di più. Poi seguono i pezzi in inglese, forse i migliori ma anche quelli che confondono più le carte perché sviano l'ascoltatore dal desert-rock a cui si era abituato e lo calano in blues negri e polverosi, jazzati alla Van Morrison e tutto quello che noi italiani non siamo riusciti a far stare sotto la parola "cantautorale". In mezzo ci sono poi piccole perle evanescenti, e qui si sente John Parish che lascia idee e chitarre sospese, molto simili a quelle del recente “Once Upon A Little Time”, anche lui uscito su Mescal poco tempo fa. Tolto quanto scritto finora resta Cesare Basile come spesso lo si è ricordato: con i suoi valzer per batteria di latta e chitarra distorta, il rock da Bad Seeds e Screaming Trees, le canzoni da cantautore italiano.

Per quanto la mia descrizione possa dare l’idea di poco più dei resti di un pasto consumato distrattamente, credetemi quando scrivo che Il disco, pur nelle sue mille sfaccettature, vive di un respiro unico, di una sua vita propria tra ferite, cicatrici, crocifissioni, amori e gioie di tutti i giorni. Un disco concreto e sognante insieme, onesto e fantastico.

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La recensione Hellequin Song di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2006-01-24 00:00:00

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