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album No Need to Travel MakeUpYourMind

recensione MakeUpYourMind No Need to Travel

Volcan Records / iMusician 2021 - Grunge, Hard Rock, Nu-Metal

RECENSIONE
15/01/2021

I MakeUpYourMind fanno un genere che sarebbe facile definire senza pensarci troppo fuori tempo massimo, un incrocio fra nu metal, post-grunge e metal moderno con vocazione radio friendly che ricorda molto le sonorità che a cavallo dei due secoli andavano forte sia fuori che dentro i circuiti della musica pesante. Forse, alla boa del passaggio di un intero ventennio, potremmo anche essere pronti a guardare a quel periodo senza quella patina di autoironia lo ha accompagnato negli ultimi anni, se non altro perché nel meccanismo implacabile di revival ad un certo punto anche questa ruota tornerà a girare. Intanto basterebbe guardare con onestà prodotti come questo esordio ‘No need To Travel’, e riconoscere che tutto sommato propongono un sound che risulta comunque più svecchiata rispetto a tanta altra roba che esce dal calderone rock/metal, quando suonato con un minimo di personalità e senza troppa nostalgia. É il caso dei MakeUpYourMind, che trovano la loro dimensione a metà fra il nu metal dei Korn ma con meno disagio, il metal melodico degli Alter Bridge meno paraculo, l’alternative degli A Perfect Circle con la sua morbidezza un po’ neoromantica. C’è per esempio una discreta presenza di pianoforte che fa capolino qua e là fra i chitarroni, a impreziosire strofe e ritmiche o in funzione di protagonista (l’intro semiacustico di No Need To Travel), e aiuta a fornire al suono una certa rotondità, ma anche un tocco abbastanza originale per il genere. I sei brani si dividono fra nu metal lento e cadenzato (La Décadence, il pezzo più trascinante del disco), canzoni rock che accanto alle strumentali metalliche non nascondono la vocazione pop dei ritornelli (l’opener, Essence of Music), heavy rock con un ottimo gusto per lick di chitarra e linee vocali (Hipsterism, She (The Reason)), qualcosa di leggermente più anonimo (Rock ma Heavier). Il brani in generale sono ben scritti, con un buon equilibrio fra i vari elementi: melodie pronte ad essere cantate, discreti momenti da headbanging e anche qualche punta di tecnicismo non sgradita. Il punto debole del lavoro è un vecchio problema dei gruppi italiani che fanno musica di provenienza anglofona, una pronuncia poco credibile e disincantante della lingua del Bardo (o dei Korn, se preferite). Non si tratta di purismo dell’accento, in teoria niente di male con la pronuncia più italianizzata, ma qui a momenti la dizione sembra far incespicare anche la metrica e la prosodia delle linee vocali, al punto che un pezzo come Essence of Music , già di per sé non il migliore della sestina, a momenti sembra quasi fuori tempo. È in realtà l’unico momento dove la situazione si fa un po’ più problematica, per il resto è facile godersi i prezzi senza farci troppo caso. Forse però sarebbe interessante vedere la band alle prese con versi in italiano, tanto più che nei testi sembrano voler raccontare la loro musica, anche con qualche ammiccamento (Rock ma Heavier, Hipsterism) che rischia di non arrivare a segno.

Tracklist

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