27/10/2005

Prometto che non spenderò una riga su Snowdonia e sulla persona di Cinzia La Fauci e il suo operato e la sua bravura eccetera eccetera. E – lo giuro su dio – non userò una sola parola – una! – per elencare i tanti motivi – tanti! - che giustificano questo mio colpevole ritardo nella recensione. Promesso.

Quando Carlo Pastore mi raccontava questa cosa io stavo ascoltando gli Aidoru, seduto sulla poltroncina scomoda e stretta di un pullman che andava dalla provincia verso la metropoli. Un senso strano ti prende quando ascolti un gruppo come questo, quel senso tipico di stupore misto a piacere misto a perplessità. Di solito, note positive per chi si approccia ad un nuovo disco. In questo caso “13 piccoli singoli radiofonici” è però talmente originale per che quelli come me, che si dilettano a scrivere di musica, subito parte l’emergenza: “oh cazzo, ma a chi li paragono questi?”, allarme che subito si aggrava, visto che le note stampa da cui si sarebbe potuto scopiazzare qualcosa sono clamorosamente una presa per il culo nei confronti della categoria.

Insomma, gettato nel panico più totale, in preda ad emulsioni di bile, mi sento partire questa marcetta industrial (“90 (la paura)”), e nel breve ci rimango. Poi il disco si confà ad un pop elettronico a volte minimalista ed altre pitchato e convulso. Vicino ad un approccio trip-hop ma decisamente più eclettico: come viene cantato in “Io Guardo Spesso Il Cielo” che “tutto il cielo si attacca agli occhi e viene a bere, ed io a lui mi attacco, come un vegetale che si mangia la luce”, così anche gli Aidoru – con i loro fari puntati all’orizzonte - si cibano di pop sanremese e canzone d’autore italiana, succhiano arpeggi dal post rock (65daysofstatic, Giardini di Mirò) e divagano verso lidi funky-dancy. E visto che in certi punti chiose decisamente new-wave anni ottanta vengono precedute da cantati emo (“Se Dormi”), ne risulta che è decisamente difficile sezionare in parti indipendenti un crossover (nel senso puro del termine) così ben riuscito e sincronico. Il macro-contenitore all’interno del quale si possono però inserire questa molteplicità di stili è la dimensione teatrale in cui vengono calate le canzoni, le quali proprio per questo possono permettersi toni differenti senza fare del disco un accozzaglia confusa di generi.

Ne viene fuori un’opera vera e propria, all’interno della quale viene pure ripreso il “Preludio op. 28 n.2” di Chopin e compare John De Leo (ex cantante dei Quintorigo, band che si ha influenzato indirettamente il percorso artistico degli Aidoru) ad impreziosire con il suo talento unico “Parole Porte Parole Ali”. Un’opera curiosa e affascinante, poco convenzionale, difficile se si ritiene difficile tutto ciò che va oltre la categoria di grazioso e poco fastidioso. “13 Piccoli Singoli Radiofonici” è un disco che si oppone al concetto di “comodo ma come dire poca soddisfazione”: ci si mette del tempo per entrarci in sintonia e non ci può entrare nemmeno del tutto. Metteteci pure un anno, come ho fatto io, ma ascoltatelo.

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