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album Cose malvagie Dozhens

recensione Dozhens Cose malvagie

Homegrown 2005 - Hip-Hop, Elettronica, Alternativo

RECENSIONE
05/12/2005

I padovani Dozhens sono tra quelli che lottano nell’ombra per rifondare l’hip hop, strappandolo dalle grinfie dei neomelodici canterini che si spacciano per rapper. Questo nuovo “Cose malvagie” è disco ambizioso, che indaga la società contemporanea, uscendo dalla gabbia ristretta del disagio giovanile (“Li elam”) e ne vuole svelare i grandi inganni: inscatolamento in ruoli predefiniti, apparentemente contrapposti ma tutti funzionali al sistema (“l’importante è la somiglianza alla tribù trendy e modaiolo o inserito alternativo ‘tendenzioso’ sono tutti uguali intorno a me tutti vestono un cliché ma non ricordano il perché” , “Smoog”) che ci trasformano in subumani di cui perfino il dissenso è previsto (“gli scheletri chiusi in un armadio la violenza chiusa in uno stadio”).

Volendo parlare a tutti, i Dozhens abbandonano il gergo hip hop, riuscendo comprensibili anche ai non iniziati: prova di grande maturità, tanto che in tutto il disco solo “spono” sfugge alla regola (prettamente padovano, sta per “situazione noiosa e sgradevole”). Musicalmente, il disco evolve dall’hip hop old school del precedente lavoro verso climi electro e ricchi di groove, ora in bilico tra dub e doom metal (“Li elam”), ora verso la psichedelia electro dei Primal Scream, o i climi già vissuti dei Casinò Royale di “Sempre più vicini” e “Crx”. Bello, ma già sentito. La svolta del disco avviene con “Reverie jaune”, forse il brano migliore, capace di unire ritmo hip hop, psichedelia country alla Neil Young di “Down by the river” e (quasi) free jazz. Insieme al francese del testo ne vien fuori un pezzo torrido come un’estate in Camargue. È da qui che parte la strada verso la liberazione. “Se questo è il bene”, cantano più avanti i Dozhens, “io scelgo il male”. E ancora: “io cerco ossigeno non sole alogeno”. Il male cui si rivolgono è infatti il “Daemon” greco, che indicava non un demone, ma un principio vitale: per Socrate addirittura la voce della coscienza. Conseguentemente a questa scelta di naturalità, la musica si fa persino debitrice di pizzica e taranta (non sono un esperto di folk, sezionate voi).

Album ambizioso: e che però non c’entra sempre l’obbiettivo. L’intro, con quella citazione (ironica, certo, ma ormai abusata) di Homer Simpson e “Li elam”, con quel testo al contrario, dispiacciono un po’. Ma dalla metà in poi, questo è un disco assolutamente notevole. L’hip hop rinasce anche da qui.

Tracklist

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