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album L'Ultima Casa Accogliente - The Zen CircusDisco della settimana
RECENSIONE
13/11/2020

I dischi degli Zen Circus da sempre escono in silenzio. Semplicemente arrivano. Questo, il numero undici, se si sintetizza, a distanza di due anni dal precedente Il Fuoco In Una Stanza. Arrivano, senza annunci roboanti, chiacchiericci futili e telematici, tweet e post sponsorizzati in ogni dove. La cosa in sé non dice molto, ma poi è un segnale di come gli Zen Circus, almeno apparentemente, trattino ancora il caro mestiere del rock and roll alla vecchia maniera: un progetto alla volta, ognuno con la sua personalità e la sua direzione, però tutti funzionali ad una crescita, sia come band che magari come individui, costante e precisa, che merita una condivisione (più) mirata con chi è realmente interessato.

Alla vecchia, come dicevamo. Così, se una volta il passaparola sarebbe stato (ohibò!) epistolare, ora sono i profili Instagram dei toscani ad anticipare il nuovo disco, senza bisogno di spam o di battage pubblicitario a oltranza, a cui fanno eco quelli delle regazze e degli amici stretti, prima, e dei fan più attenti, poi. Se chiudete gli occhi, non trovate che sia tutto così deliziosamente romantico e anche un po' naif?

L'Ultima Casa Accogliente è, per stessa ammissione degli Zen, un disco “più suonato che pensato, più bene di conforto che prodotto”, che è già così una gran bella dichiarazione d'intenti. Nello specifico, parla di attualità, di solidarietà, di fratellanza, di amore e di rivolta ma, sopra a ogni altra cosa, del difficile rapporto con sé stessi. Letteralmente. Prende spunto, lo immaginiamo, dall'attuale situazione mondiale, con specifico riferimento al via vai di lockdown dalla scorsa primavera a ora, ma la capovolge in una auto-analisi semplicemente incisiva.

“Costretti dentro un corpo / e dentro al tempo / ma un giorno tutto questo finirà”, sentiamo in Catrame: quindi un confinamento dentro sé stessi ancora prima che rispetto al mondo. I propri stessi corpi visti sono visti come case: “Case che possono essere rifugi e prigioni, circondate da tante altre e tutte diverse, a formare questa enorme metropoli chiamata umanità”, nelle stesse parole del gruppo.

Ancora una volta la genialità analitica di Andrea Appino rispetto al presente che lo ospita ha del geniale proprio nella sua autentica essenzialità. Per musicare queste che son a tutti gli effetti riflessioni, tribolazioni antiche, potremmo dire ataviche, dispiegano tutta loro forza di fuoco autoriale e compositiva.

In un album dalla durata slayeriana ma dalle tinte umorali più blu(e) che nere - come, del resto, la riuscita veste grafica esprime al meglio - troviamo: una overture vera e propria (la title track, oltre 6 minuti, profusione di tastiere, volteggi di cori, eppure neppure una virgola fuori luogo), bozzetti di pochi minuti che ti fanno venire in mente che la via della ruvidezza non ha ancora del tutto abbandonato l'indie nostrano (Non), odissee spettrali e fosche (i cinque minuti e mezzo di Bestia Rara) seguite da invocazioni (Come Se Provassi Amore) e imprecazioni (Cattivo).

Insomma, con quella voce viva e adenoide oramai nota a tutti a fare da trait d'union e questo concept a intrigare fin da subito, gli Zen Circus scandagliano il fondale dell'animo umano senza fermarsi su un'unica visione ma piuttosto palleggiando tante diverse sfumature in una cifra definitivamente loro. Il risultato è una personale riflessione sullo stato delle cose, densa e avvolgente, carica di inediti tasti d'avorio, partendo da un azzeccato parallelismo con il proprio essere al mondo.

L'Ultima Casa Accogliente è un album duro (e puro), etimologicamente esistenzialista, ingentilito da sprazzi di melodia luminosa (Appesi Alla Luna); è un vagabondaggio introspettivo (e quindi estrinseco) solo apparentemente casuale, ma in realtà perfettamente a fuoco in ogni angolo.

Tracklist

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