05/04/2006

Ci sono dischi che proprio non riesci a capire, ma che ti fanno salire l'ansia. Perchè ti nasce il sospetto di avere di fonte un genio e di andare incontro ad una figuraccia se ne parli male. Se poi nel disco ci trovi pure Jacopo Andreini, allora pensi che quello non suona nei dischi tanto per fare presenza. Pertanto non escludo che Nicola Ratti sia un grandissimo cantautore, ma io onestamente in questo disco non c'ho capito niente. Praticamente ci sta uno che per quaranta minuti accorda una chitarra ed ogni tanto la sbatacchia dolcemente facendo sblang, dreng, sding, klung. Talvolta prova qualche accordo, ma è una rarità. A contorno tanti rumori di ambiente: uccellini, scrosci, scrocchi, crepitii. Ogni tanto qualcuno sbatte le pentole in cucina, quello del piano di sopra trascina una sedia, l'artigiano sotto casa ripara un carillon. Insomma, la base sonora è una cosa del genere. Dentro questo tessuto sonoro c'è Nicola che bisbiglia parole sottovoce, ma così sottovoce che quasi non c'è verso di capire cosa dice.

Ad essere un critico serio e competente, dovrei dire qualcosa tipo: Nicola Ratti ci regala uno spicilegio esistenziale che tramuta un microcosmo minimale in field recording, elevando la preclarità dell'anima a complessità intimista degna di un alfabeto glacolitico, in un duopsonio creativo fatto di poesia e chitarre elettoacustiche come fosse un cenotofio della canzone d'autore. Ma siccome il "Prontuario Per Giovani Foglie" non l'ho proprio capito, questa è probabilmente la conferma che sono un gretto senz'anima. Di quelli che quando guardano certi quadri o sculture di arte moderna dicono: "vabbhè...questo lo sapevo fare pure io".

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